“CUOR CONTENTO, IL CIEL L’AIUTA”
“And I feel like some bird of paradise
My bad fortune slipping away
And I feel the innocence of a child
Everybody’s got something good to say
And I feel like some bird of paradise
My bad fortune slipping away
And I feel the innocence of a child
Everybody’s got something good to say”
(Good fortune, PJ Harvey)
La felicità è qualcosa a cui si tende? Un orizzonte, una missione? O qualcosa che arriva all’improvviso, e proprio per questo – perché arriva inaspettata e la si vive senza pensare – si è così felici?
Più che la felicità in sé, mi viene più facile riconoscere attimi gioiosi, intensi, in cui mi sento davvero connessa con il tutto. Momenti grati, commuoventi, o beatamente sciocchi. Se mi venisse chiesto se sono felice, esiterei nella risposta. “Sono un’infelice gioioso.”¹ Ecco, forse userei parole come queste.
Che cosa serve per essere felici? Il concetto di felicità è diverso per ognuno di noi. Può dipendere da una moltitudine di fattori, materiali e non. Si dice che l’intelligenza renda più improbabile l’essere felici. Questione di una maggior consapevolezza e profondità – forse.
Libri di auto-aiuto, pubblicità, post sui social media, interviste a coach del benessere e personaggi dello star system: tutti distribuiscono in abbondanza le loro idee sulla felicità. Ci danno istruzioni su come raggiungerla. Cosa fare, cosa non fare. Leggiamo storie di vita eccezionali che hanno portato al segreto di come vivere bene. I contenuti ci attraggono, ne vogliamo sapere sempre di più. Ma, mi chiedo: è diventato illegale essere tristi? Vedo comparire dei post con scritte come “it’s OK to be sad“². Quasi ci fosse la necessità di un’approvazione per esserlo. “Stay happy!” esorta Sally Hawkins nel bel film “Happy-go-lucky” di Mike Leigh. Il suo delizioso e disarmante personaggio, dal diminutivo di Poppy, vuole regalare un sorriso a tutti e non si arrende di fronte a nulla.
Per essere felici bisognerebbe stare bene. Ma se così fosse, la felicità sarebbe molto volatile perché la vita è fatta anche di sventure, ingiustizie, sofferenze, disagi, che in minor o maggior misura nell’arco della vita toccano tutti. Certo un po’ di fortuna non guasterebbe, per essere felici! Ma quale delle due arriva prima, la felicità o la fortuna? Bisogna essere felici per attirare più facilmente la fortuna?
Più leggo storie straordinarie e faccio diretta esperienza di gioie e dolori, più mi avvicino all’idea che la felicità abbia a che fare con la fede. Una fede cieca, incommensurabile. La fede che ti fa sperare, sopportare, ricominciare. Scegliere di amare ancora, di andare avanti. A un certo punto della vita, soprattutto dopo tante battaglie, ci si rende conto che avere fede fa la differenza.
In questi giorni, proprio mentre questo articolo cercava una forma, mi è capitato tra le mani un quadretto che teneva mio padre nel suo garage. Uno scritto, che aveva incorniciato con un vetro da lui dipinto. “Non lasciare che passi un solo giorno senza che si sia levato un raggio di felicità su un cuore triste. Chi nel cammin della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano.” Subito ne ho cercato l’autore, che ho scoperto essere Madre Teresa di Calcutta.
Così accade. A volte ci affanniamo a cercare ispirazioni, significati e risposte, per poi scoprire che il cuore di chi ci ha amato è sempre con noi e ci manda segnali continuamente. E, d’un tratto, appare tutto così chiaro e semplice.✦
Legenda:
Titolo: “Happy-go-lucky” è un aggettivo inglese che designa una persona allegra e spensierata, in modo un po’ ingenuo. È anche il titolo di un film del regista Mike Leigh che vede protagonista l’attrice Sally Hawkins.
¹ La frase è un’affermazione che lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli ha rilasciato in un’intervista. È autore – tra i tanti libri – di un testo intitolato “La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza”.
² Trad. “va bene essere tristi”.
Copertina e testo © Raffaela Bicego
