Autore: admin

  • “HAPPY-GO-LUCKY”

    “HAPPY-GO-LUCKY”

    “CUOR CONTENTO, IL CIEL L’AIUTA”

    “And I feel like some bird of paradise
    My bad fortune slipping away
    And I feel the innocence of a child
    Everybody’s got something good to say
    And I feel like some bird of paradise
    My bad fortune slipping away
    And I feel the innocence of a child
    Everybody’s got something good to say”

    (Good fortune, PJ Harvey)

         La felicità è qualcosa a cui si tende? Un orizzonte, una missione? O qualcosa che arriva all’improvviso, e proprio per questo – perché arriva inaspettata e la si vive senza pensare –  si è così felici?

         Più che la felicità in sé, mi viene più facile riconoscere attimi gioiosi, intensi, in cui mi sento davvero connessa con il tutto. Momenti grati, commuoventi, o beatamente sciocchi. Se mi venisse chiesto se sono felice, esiterei nella risposta. “Sono un’infelice gioioso.”¹ Ecco, forse userei parole come queste.

         Che cosa serve per essere felici? Il concetto di felicità è diverso per ognuno di noi. Può dipendere da una moltitudine di fattori, materiali e non. Si dice che l’intelligenza renda più improbabile l’essere felici. Questione di una maggior consapevolezza e profondità – forse. 

         Libri di auto-aiuto, pubblicità, post sui social media, interviste a coach del benessere e personaggi dello star system: tutti distribuiscono in abbondanza le loro idee sulla felicità. Ci danno istruzioni su come raggiungerla. Cosa fare, cosa non fare. Leggiamo storie di vita eccezionali che hanno portato al segreto di come vivere bene. I contenuti ci attraggono, ne vogliamo sapere sempre di più. Ma, mi chiedo: è diventato illegale essere tristi? Vedo comparire dei post con scritte come “it’s OK to be sad“². Quasi ci fosse la necessità di un’approvazione per esserlo. “Stay happy!” esorta Sally Hawkins nel bel film “Happy-go-lucky” di Mike Leigh. Il suo delizioso e disarmante personaggio, dal diminutivo di Poppy, vuole regalare un sorriso a tutti e non si arrende di fronte a nulla. 

         Per essere felici bisognerebbe stare bene. Ma se così fosse, la felicità sarebbe molto volatile perché la vita è fatta anche di sventure, ingiustizie, sofferenze, disagi, che in minor o maggior misura nell’arco della vita toccano tutti. Certo un po’ di fortuna non guasterebbe, per essere felici! Ma quale delle due arriva prima, la felicità o la fortuna? Bisogna essere felici per attirare più facilmente la fortuna?

         Più leggo storie straordinarie e faccio diretta esperienza di gioie e dolori, più mi avvicino all’idea che la felicità abbia a che fare con la fede. Una fede cieca, incommensurabile. La fede che ti fa sperare, sopportare, ricominciare. Scegliere di amare ancora, di andare avanti. A un certo punto della vita, soprattutto dopo tante battaglie, ci si rende conto che avere fede fa la differenza.    

         In questi giorni, proprio mentre questo articolo cercava una forma, mi è capitato tra le mani un quadretto che teneva mio padre nel suo garage. Uno scritto, che aveva incorniciato con un vetro da lui dipinto. “Non lasciare che passi un solo giorno senza che si sia levato un raggio di felicità su un cuore triste. Chi nel cammin della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano.” Subito ne ho cercato l’autore, che ho scoperto essere Madre Teresa di Calcutta.  

        Così accade. A volte ci affanniamo a cercare ispirazioni, significati e risposte, per poi scoprire che il cuore di chi ci ha amato è sempre con noi e ci manda segnali continuamente. E, d’un tratto, appare tutto così chiaro e semplice.✦

    Legenda:

    Titolo: “Happy-go-lucky” è un aggettivo inglese che designa una persona allegra e spensierata, in modo un po’ ingenuo. È anche il titolo di un film del regista Mike Leigh che vede protagonista l’attrice Sally Hawkins.
    ¹ La frase è un’affermazione che lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli ha rilasciato in un’intervista. È autore – tra i tanti libri – di un testo intitolato “La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza”.
    ²  Trad. “va bene essere tristi”.

    Copertina e testo © Raffaela Bicego 

  • IN RISONANZA CON IL MONDO

    IN RISONANZA CON IL MONDO

    There is no greater agony than bearing an untold story inside you.

    (Maya Angelou)

    Julio ribatte ai miei messaggi con imperturbabile equilibrio e diplomazia: “hay que aguantar, Raffaela“, “paciencia“, “con calma y buen humor“. Accomunati da un incidente che ha cambiato radicalmente le nostre vite, io e Julio Flores Alberca, così lontani per molti aspetti, ci troviamo vicini più che mai quando parliamo del nostro diverso sentire e delle nostre passioni per l’arte. Un giorno gli ho chiesto se avrei potuto intervistarlo. Queste righe sono rimaste sospese per qualche tempo, prima di trovare finalmente respiro in questo blog. 


    R:
     Julio, grazie per voler partecipare a questo dialogo virtuale che mi propongo di condividere sul mio blog. Siamo in contatto da qualche tempo ormai. Cinque anni fa, hai tradotto e condiviso sul tuo blog il mio primo coming out e da allora il nostro contatto si è trasformato in un’amicizia e un supporto reciproco. Prima ancora di essere “persone con l’iperacusia” siamo “persone”.

    Tu sei un musicista, un padre, un insegnante. Ho sempre ammirato la tua costanza nel tenere un blog sull’iperacusia, in tutti questi anni. Hai anche scritto un libro, partecipato a trasmissioni televisive di tipo medico-informativo, e collabori con la Hearing Health Foundation (https://hearinghealthfoundation.org/). Com’è percepita l’iperacusia, nel tuo paese? Com’è stata la reazione della tua famiglia e dei tuoi amici, alla comparsa dei sintomi più severi?

    J: Hola Raffaela. Proprio così, ci sentiamo già da alcuni anni via chat, per la nostra convivenza con l’iperacusia e l’acufene. È stato un piacere condividere il tuo articolo sul mio blog, dove descrivi la tua esperienza con entrambe le condizioni. In particolare per il tuo legame con larte, dalla fotografia alla danza (il tango), che è segno di una sensibilità singolare verso tutto quello che sperimentiamo.

    Le nostre esperienze con l’iperacusia sono molto simili, anche se viviamo in paesi con caratteristiche molto diverse, tu in Italia e io in Perù. In questo momento, nel mio paese un maggior numero di otorinolaringoiatri è a conoscenza dell’iperacusia, anche se superficialmente. Sicuramente, le persone in generale trovano ancora questa condizione uditiva strana o difficile da concepire e capire. Quando il mio disturbo si fece severo, nel 2006, nessun specialista ne sapeva nulla. La mia famiglia era sconcertata e non sapeva come aiutarmi. Non sapevano a chi rivolgersi. In più occasioni il sintomo fu erroneamente associato a disturbi psichiatrici.

    R: La situazione mi è familiare . Di fronte a questo disturbo invisibile, raro e per il quale al momento non esiste una terapia risolutiva, i medici ripiegano facilmente sul “prendi questi antidepressivi e cerca di conviverci al meglio che puoi“. Purtroppo, questi farmaci sono quasi sempre ototossici e non vanno a risolvere la vera causa del problema. Spesso, anzi, sono controproducenti. 

    Il nostro aspetto non rivela la battaglia per superare tutte le difficoltà del quotidiano. Le diagnosi mediche sono basate sulla nostra risposta personale allo stimolo sonoro. E il riscontro è di tipo individuale. Non esiste uno strumento o un esame, che sia indipendente dalla nostra diretta valutazione, che possa diagnosticare questo disturbo. Anche per questo viene con troppa superficialità interpretato come disturbo psicosomatico.

    Mi hai raccontato che, nonostante un periodo di isolamento durante i primi anni di severità della condizione, non hai mai perso contatto con la tua musica. Come hai potuto farlo? E in quale modo pensi ti abbia aiutato a migliorare, con il tempo, la tua soglia di tolleranza sonora?

    J: Come giustamente dici è una condizione che ad oggi non si può diagnosticare in modo oggettivo. Dipende da quanto manifesta il paziente. E agli occhi di chi è disinformato sulla patologia, può apparire come un’esagerazione, una suggestione, o una menzogna.

    Il mio contatto con la musica è sempre stato vivo perché potevo percepire delle sonorità diverse in quello che era il mio acufene. Nel periodo in cui i sintomi erano più severi, non potevo ascoltare musica a nessun volume. Ho cercato quindi di sfruttare quello che sentivo come una musicalità interiore. Mi sono dedicato ad approfondire le origini di questo mio sentire. Questo mi ha dato la calma e la pazienza necessaria per gestire la mia ipersensibilità uditiva durante gli anni di isolamento, e mi ha messo sulla strada giusta verso il lungo processo di recupero che ne è conseguito.

    R: Ho sempre trovato intrigante che tu percepisca un acufene musicale! Mi ricorda il libro “Musicofilia” di Oliver Sacks. Per me non è così e necessito dell’opposto di quanto giova a te: devo talvolta “mascherare” l’acufene con rumore bianco o suoni naturali dolci per dare un po’ di sollievo alla mente o riposare meglio.

    Questa condizione ha effetti sulla persona a un livello molto profondo. Mi manca ancora la mia vita sociale. Sono qualcuno che sa stare bene da sola senza annoiarsi, ma che ama anche stare in compagnia. Come hai mantenuto i contatti con il tuo ambiente musicale, con i tuoi amici, con i colleghi dell’Università? Tuo figlio è stata fonte di una motivazione più forte per superare gli anni di isolamento forzato? Credi che sarebbe stato diverso, se fossi stato solo? In quale modo?

    J: Sembra raro che l’acufene sia musicale, ma secondo una mia statistica di qualche anno fa, ho rilevato che il 64% delle persone contattate percepiva un tinnito musicale. (In questa percentuale non ho tenuto chiaramente in considerazione chi percepiva suoni musicali per effetto allucinatorio, trattandosi di tutt’altro fenomeno.) È altrettanto frequente, comunque, che le persone percepiscano un solo suono costante e acuto: deve risultare monotono, e più fastidioso.

    Con i miei amici ho sempre mantenuto i contatti, per fortuna, sia virtualmente che di persona. Sono stato fortunato sia con la mia famiglia, che nelle mie amicizie e nel lavoro. Ho incontrato molta comprensione e appoggio. Anche di recente, che sto partecipando a una performance di teatro-danza, suonando strumenti a corda, mi sono state date tutte le agevolazioni, dal poter usare una protezione necessaria al potermi prendere delle pause di distacco durante le prove, se ne sento la necessità. Devo però anche confessare che, nell’ambito lavorativo musicale, in alcune situazioni (fortunatamente la minoranza), per la mia condizione uditiva sono stato ignorato o escluso da certi progetti musicali senza nessuna spiegazione.

    Venendo alla presenza di mio figlio, il fatto che sia venuto a vivere con me è stato significativo. Il suo aiuto e il suo appoggio sono impagabili. È anche uno stimolo costante per cercare di migliorare. Il fatto che sia autistico (Asperger) ha fatto sì che molto spesso i miei problemi uditivi passassero in secondo piano. Se non fosse stato con me, magari sarei potuto migliorare ugualmente, ma mi sarebbe costato più tempo e lavoro. E avrei sofferto di più emotivamente perché, nei quasi quattro anni di isolamento, fu una preoccupazione costante il non poterlo aiutare da vicino. Ora mi sento più in pace con me stesso in rapporto a questo sentimento.

    R: Immagino che, nell’ambiente musicale, iperacusia e acufene abbiano una sorta di “dignità” intoccabile. I disturbi uditivi sono molto comuni tra i musicisti. Suona perfettamente ragionevole che un musicista voglia indossare delle protezioni a seguito di un trauma acustico e a un conseguente danno.

    Io vengo ancora assalita da sensi di colpa per quanto è successo. La meditazione mi ha aiutata e anche il fatto di leggere molto e restare in contatto con altre persone affette dalla stessa condizione (purtroppo solamente online, finora). “Perdonati per quello che non potevi sapere prima di averlo imparato”, ci insegna una delle mie più grandi ispiratrici, Maya Angelou. 

    J: Si, è corretto quanto dici. I musicisti rientrano in una categoria ad alto rischio per i disturbi uditivi, e può risultare piuttosto comprensibile proteggersi, maggiormente ora rispetto a qualche anno fa. Tuttavia è sorprendente che all’interno di questo ambiente ancora ci siano persone che sottostimano questo rischio. Mi è capitato di conversare con un giovane musicista (amatoriale) a cui spiegavo l’iperacusia e l’importanza di proteggersi in ambito musicale durante le prove e i concerti. Lui riteneva che non proteggersi avrebbe reso sempre più forte il suo sistema uditivo. È da incoscienti, non si può fortificare qualcosa danneggiandolo.

    Il sentimento di colpa di cui mi parli è qualcosa che accompagna tutti coloro che soffrono di queste condizioni, in un modo o nell’altro. E la verità è che non è di alcun aiuto. Io non ho provato nulla del genere in nessuno dei due incidenti acustici avuti. Ma l’ho provato durante diverse ricadute che avrei potuto prevenire se mi fossi protetto adeguatamente. Mi sono reso conto che non è di alcuna utilità dar peso a come è successo e pensare che avrei potuto proteggermi. Serve solo a tormentarmi ulteriormente. Quello che faccio ora, quando sento arrivare questo tipo di sentimento o ricordo, è bloccarlo e concentrarmi piuttosto su come stare meglio dopo la ricaduta.

    R: Portare dei tappi o delle cuffie antirumore nel quotidiano, in contesti o situazioni in cui non è assolutamente la normalità, risulta un po’ “alieno” per gli altri, vero?

    J: Sì. Per le strade, nei centri commerciali, negli incontri sociali attira molto l’attenzione della gente. Che si sorprende, poi, quando viene a sapere il motivo per cui si indossano queste protezioni. Per alcuni è proprio una situazione difficile da concepire.

    R: A tuo avviso, quali sono i presupposti di base perché una persona con una forma invalidante di iperacusia e acufene possa vivere una vita che permetta un livello dignitoso di indipendenza economica, una rete di relazioni e una vita personale soddisfacente? Quanto peso hanno i fattori esterni sul successo di questo quadro generale? Hai fiducia sui progressi della scienza in merito alla ricerca di una cura che possa guarire questo disturbo?
    Che cosa ti auguri per noi, che con te condividiamo questa condizione, nel resto del mondo?

    J: Credo che per una persona che sta vivendo una condizione di invalidità severa dovuta a questi disturbi uditivi, sia necessario avere delle alternative professionali che contemplino le sue particolari necessità. E questo sia nel settore pubblico che nel privato. Questo richiede, chiaramente, una maggior concentrazione di casi nella popolazione in generale e la creazione di politiche sociali in questo senso. Forse ci vorrà molto tempo prima che questo diventi realtà.

    Per quanto riguarda il resto, molto dipende anche dalla situazione in cui si trova a vivere la persona (in termini di contesto familiare e di amicizie) e anche il grado di severità e le possibilità e capacità di recupero di ognuno. È molto importante conoscere la propria reale situazione da un punto di vista medico e non averne paura, né vergogna. I recenti sviluppi scientifici in questa materia non avrebbero avuto luogo senza la voce dei pazienti, elemento indispensabile per poter fare dei progressi verso una cura per entrambe le condizioni. I passi che stanno compiendo sono promettenti, ma prima di arrivare a una terapia risolutiva ci vorrà ancora del tempo. Il mio più grande desiderio è che la nostra condizione possa essere più conosciuta e compresa. Non solo in ambito medico, ma anche in ambito pubblico, più generalmente (e questo include la famiglia e gli amici). Questo sarebbe già un passo significativo per alleviare parte della sofferenza che ci tocca vivere. In secondo luogo, vorrei che potessimo sempre incontrare le condizioni necessarie per intraprendere un certo grado di recupero della funzionalità uditiva e di adattamento, mentre siamo in attesa che venga scoperta una cura.

    R: Grazie infinite, Julio. Ancora non sono sicura di quale sia il modo e il canale migliore per dare aiuto, informare, far cambiare le cose. Mi sento meno brava di te, in questo. Di sicuro il silenzio non porta a nulla. Mentre le parole rimangono come una testimonianza.

    Incrociamo le dita affinché la nostra sia una voce che non rimane inascoltata. I migliori e i più cari auguri a te e a tuo figlio Daniel, perché possiate realizzare i vostri sogni.✦

    Copertina: ©Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati

  • FINDING YOUR FEET

    FINDING YOUR FEET

    L’oscurità che si fa preambolo di luce

       “Finding your feet” è il titolo di un bel film diretto dal regista britannico Richard Loncraine¹, in cui vediamo la protagonista, Sandra, lanciarsi dalla riva in un salto piuttosto azzardato per raggiungere… beh, forse non dovrei svelarvi la fine. Posso dirvi che sarà un salto che le farà cambiare vita. Un’occasione. Una scelta molto importante.

    Non posso che pensare a quella scena, mentre inizio a scrivere questo articolo.

    Come ci arriviamo, a questo fine 2022? E come iniziamo il 2023?

       Il countdown è cominciato già da un po’ e per me prevede anche il passaggio di una data che, per quanto io possa cercare di ignorare, è fissa da quando sono nata: il mio compleanno. Una concentrazione di ricorrenze, tutte lì, tutte addossate.

       La vita sembra scorrere come sempre e invece ci sono “le tappe”. Il calendario non ce le risparmia.

       E parliamone, allora, di questa tappa.

       È stato per me un anno apparentemente statico, ma in realtà molto intenso. A pensarci ora, che anno! Un’altalena di emozioni e sfide che non mi ha lasciato riposo alcuno. Arrivo quindi piuttosto provata a questa fine del 2022, ma già in moto e operosa per le novità che si apprestano a succedere nella mia vita. O meglio, che stanno già succedendo! A volte, veramente, uno non sa da dove gli arrivi la forza.

       In questi ultimi mesi sono consapevolmente, lucidamente sparita da quasi tutti i miei profili social. (Una menzione doverosa, in questo scritto. Per quanto mi sembri, ora, una questione di minore importanza.)

       Gli “anni del Covid” mi hanno profondamente segnata. I social sono cambiati. E anche le persone sono cambiate.

       A un certo punto la presenza “virtuale” diventa quasi dovuta, e si rivela ben più importante e considerata di quella reale.

    Visto da qui tutto sembra lontano
    convulso e insensato agitato per niente
    come fosse distratto o indifferente
    a ciò che é importante

    canta Niccolò Fabi nel suo pezzo “Fuori o dentro”,

    Visto da qui è solo una piccola parte
    che è davvero convinta di essere tutto
    che non sente più urgenza ma solo la fretta
    e l’affanno è un respiro che non si rispetta

    A volte un’isola è la cura del tempo
    a volte un’isola è solo isolamento
    è come cadere al buio
    scegliere

       Come dici bene, Niccolò.

       E se fosse proprio il buio, la condizione essenziale per ricominciare? Il buio con il suo ignoto e il suo caos.

       Nel buio si fa spazio per ascoltare. Il buio è lo sfondo cosmico per una nascita, e per una rinascita, mi suggerisce Michael Meade². Se vogliamo trovare la giusta direzione per guarire, forse bisogna proprio affrontare l’oscurità.

       La nostra “cristallizzazione” sui social media e il continuo, obbligato rimando al passato a cui questi ci costringono non sono di aiuto quando la necessità è quella di trovare il sentiero e aprire nuove porte. Così è per me, almeno, in questo momento.

       Preservare un’identità artistica che non scada nel cliché equivale a filtrare con pazienza e allenamento visivo tutto ciò che non nutre la nostra immaginazione, concentrandosi invece su quello che stimola e arricchisce la creatività. I bravi artisti e le buone foto ancora ci sono su Instagram, ma i reels, i meme, e l’emulazione nelle forme più svariate prendono sempre di più il sopravvento.

    “[…] l’arte potrebbe differenziarsi dalle immagini mediatiche grazie alla possibilità del vuoto. I media sarebbero condannati al pieno, all’eccesso, all’offerta migliore, al rigonfiamento: colpiti dai mali della rapidità necessaria, dello spettacolo e della concorrenza. Mentre l’arte, o piuttosto alcuni settori dell’arte, potrebbero assumersi ancora il rischio del vuoto, dell’ascetismo e della presa di distanza dai flussi e dalle tribolazioni del momento.” 

       Le parole sono di André Rouillé, storico e teorico della fotografia, e fanno riflettere³.

       Per riprendere quindi la domanda che avevo proposto all’inizio del mio articolo, vi racconto come ci arrivo io, al termine di quest’anno.

       Ci arrivo lasciando spazio per un vuoto. Spazio che mi piace immaginare ricco di possibilità. Adombrata da una sorta di eclissi che non sento essere negazione, né fuga. Un’attesa notturna, rotante, che si prepara ad essere luce e presenza viva.


    Chissà com’è invece per voi, questo passaggio. Io voglio augurarvi un buon anno, un anno di salti (come quello di Sandra, del film), un anno di sentieri e porte, di fasci di luce e mani tese.

       Ci riascoltiamo nel 2023,

    Raffaela 🎔

    Legenda:

    ¹ Finding your feet è un’espressione inglese che indica il processo che porta a trovarsi a proprio agio, sicuri di sé, in una situazione nuova.
    ² Michael Meade è un autore, mitologo, narratore americano.
    ³ Fonte: “L’eclissi del volto” di Itzhak Goldberg.

    Copertina © Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego 2022 – Tutti i diritti riservati.

  • SUR-FACE

    SUR-FACE

    Attraverso la superficie

    “Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante.”¹ 

       Tutti i giorni, siamo uniti e divisi da superfici. Virtuali e fisiche. Tocchiamo le tastiere dei nostri computer e i touch screen dei nostri dispositivi mobili per entrare in contatto con altre persone. Tastiere e schermi che ci tengono anche separati.

       “Si coltivano rapporti lontani e virtuali,” scrive lo psichiatra Vittorino Andreoli, “mentre si trascurano le relazioni umane con la persona della stanza accanto.”²

       Durante la pandemia di Covid-19, abbiamo vissuto un’astinenza forzata dal contatto fisico con gli altri per salvaguardare la nostra vita e la loro. Per alcuni, quella distanza “regolamentata” è stata un sollievo. Per altri, è stata straziante. Perché contatto è intimità, confidenza, scambio.

       Una superficie può nascondere, oscurare, ingannare. Un volto semicoperto da una maschera è un volto di cui non conosciamo la piena espressione e identità. La dimensione del virtuale ci obbliga ogni giorno al distacco, al dubbio, a una barriera. “Ci si intrattiene con personaggi che hanno un nome ma che nemmeno esistono“, scrive ancora Andreoli.

       Una superficie può anche raccontare, esternare. Esporre, amplificare. 

       La superficie non è affatto superficiale, ho letto da qualche parte.

       Oppure, lo è? ✦

    SUR-FACE è un progetto in corso. Scrivi a info@raffaelabicego.com o raggiungimi tramite il modulo che trovi alla pagina Contatti per partecipare come protagonista dei miei ritratti.

    La call è aperta a tutti. 🎔

    Legenda:

    ¹ Guido Mazzoni, “La pura superficie”, ed. Donzelli.
    ² “L’uomo di superficie”, ed. Rizzoli.

    Copertina: Luca, ©Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

  • UN MOVIMENTO, E UN SENTIMENTO

    UN MOVIMENTO, E UN SENTIMENTO

    VUELVES, ALMA, VUELVES, VIDA

    “Il tango tocca le corde di ciascuno, e i motivi intimi per i quali vuole ballare.” (Milena Plebs)

    Quasi otto anni sono passati, dall’ultima volta che ho incontrato Carlo. “Quanto tempo, e quanta vita!” – mi ha scritto, quando ha risposto al mio contatto per l’idea di questo articolo. Da tempo volevo parlare di tango sul mio blog, e ho pensato subito a lui.

    Questo nostro incontro, l’intervista e la sessione fotografica, sono stati per me speciali per diversi motivi: per la stima che nutro nei confronti del lavoro di Carlo, per la risonanza che sapevo di trovare nella sua sensibilità, e perché mi dà la bellissima occasione di riportare alla luce – e condividere su questo spazio virtuale – il mio grande amore per questo ballo.

    Fluttueremo quindi tra le avvolgenti note del tango argentino, siete pronti ad unirvi alla nostra danza?

    R : Che piacere, Carlo, ritrovarci qui. Per riprendere il filo, dobbiamo fare un bel salto indietro! Era forse il 2010? La prima volta che ti ho intravisto tra i tavoli di una milonga¹ è stata una vera sorpresa! Tu eri già un esperto ballerino, mentre io avevo ancora molto da imparare! Mi piacerebbe iniziare con il ripercorrere un po’ la tua strada, quella che ti ha portato al tango. Ci racconti quando hai iniziato? E in quale momento la tua passione ti ha portato a diventare musicalizador e maestro di musicalità, nel mondo tanguero?

    C : Ho iniziato a ballare il tango nel 2003. Io e la mia compagna di allora volevamo fare qualcosa per noi, ci piaceva il tango, e abbiamo iniziato a prendere lezioni. Me ne sono subito innamorato: della musica, del rapporto fisico che mi restituiva con quest’ultima – che era un po’ quello che avevo da ragazzino quando suonavo strumenti, e si è poi perso con la mia professione che mi ha portato più a fare il musicista, il compositore, da “dietro le quinte” – e dell’opportunità di abbracciare, ballare con persone diverse, dell’aspetto quindi sociale e sensuale.

    Quando ho ricevuto la proposta di fare il dj, studiavo il tango già da diverso tempo sotto i suoi diversi aspetti. Mi sono dato un anno di tempo per prepararmi, e nel 2009 ho iniziato a mettere musica presso il locale “Contatto” di Spinea. Con le lezioni di musicalità, invece, ho iniziato nel 2010, sempre su proposta di alcune amicizie nell’ambiente del tango, che sapevano della mia formazione e della passione che mettevo nel mio lavoro. In queste lezioni metto assieme degli aspetti tecnici riguardanti la musica, come il ritmo, la pausa o come ballare la melodia, con aspetti più sottili come la connessione, l’interpretazione, l’ascolto e le emozioni.

    R : Le tue selezioni musicali mi davano sempre modo di conoscere nuove e meravigliose orchestre tanguere! Mi ero appassionata molto alla musica del tango, al punto che alle milonghe cercavo di identificare con l’app “Shazam” le melodie che mi incantavano. Altre volte, mi avvicinavo alla console del dj a chiedere il titolo del brano, oppure gli scrivevo il giorno dopo! (Ho ancora un piccolo taccuino rosso dove annotavo tutto.) Se la memoria non mi inganna, credo sia avvenuto proprio così il nostro primo contatto! Solo che in quel caso riguardava i brani di una tua cortina² rock! 😉

    Il mestiere di dj di tango è molto delicato: richiede grande sensibilità, oltre che preparazione e professionalità. Immagino ci si prepari una scaletta, ma che poi ci si trovi in una situazione che è imprevedibile. Tanti fattori possono “rompere” l’equilibrio che si era magari previsto, immaginato. Serve stare in pieno ascolto, ricettivi delle vibrazioni in sala. Ci racconti qual è il segreto per mantenere la buena onda, in milonga?

    C : Il segreto è essere presente al momento. In ascolto di ciò che avviene, qui e ora, non solo con la testa e le emozioni, ma con tutto il corpo, lo spirito. È anche una delle cose più difficili. Il secondo segreto, che è qualcosa che si crea con l’esperienza, è la capacità di improvvisare. Oggi, dopo tanti dj set in situazioni molto varie – ho messo musica in circa 800 serate di tango – riesco ad improvvisare, momento per momento. Lo si riesce a fare appunto con l’esperienza e lo studio, quando si conoscono bene i pezzi e l’atmosfera che creano.

    I fattori che possono influire sulla scelta della musica sono tantissimi: il locale, i tipi di ballerini, la quantità di ballerini, la temperatura, il fatto che sia giorno o sera, che ci sia o meno un’esibizione, il tipo di luce nel locale. L’importante è non pretendere di avere sempre tutto sotto controllo. È impossibile. A un certo punto diventa una parte di te, e risulta sempre più naturale. Se stai in ascolto, le informazioni su cosa fare ti arrivano direttamente dal presente, dal “campo”.

    R : Ricordo una tua bellissima lezione di musicalità sull’orchestra di Osvaldo Pugliese. Io nutro un grande amore per la sua musica: per me è la più “infuocante” di tutte le orchestre tanguere! Ricordo che, dalle prime note, in milonga, i miei piedi scalpitavano sotto il tavolo, e sentivo le “farfalle” nella pancia. Quando lo ballavo, ero come preda di un incantesimo, che mi lasciava un subbuglio interiore fortissimo. Sono dell’idea che non si può ballare la musica di Pugliese con chiunque, e in modo qualunque!

    Parlami del tuo rapporto con la sua musica. Come si insegna a ballare Pugliese?

    C : Pugliese è uno dei giganti del tango, come ben sai anche tu. Ed è effettivamente un po’ un’ eccezione, come musica riconosciuta “da ballo”. È forse l’orchestra più difficile da ballare. La sua musica è molto complessa: le pause, gli accelerando, i crescendo e altre diverse caratteristiche che, normalmente, nelle altre orchestre non ci sono. O sono comunque rarissime. Pugliese fu anche un innovatore, in tante cose. Allo stesso tempo – come dicevi prima, giustamente – c’è del “fuoco”. È violento, passionale, struggente, intenso. Quel fuoco è ben rappresentato dal suo tipico modo di portare il ritmo, questa pulsazione che viene chiamata “Yum-ba”. Era un uomo di grande integrità, che ha fatto delle scelte politiche forti, che gestiva democraticamente la sua orchestra, un uomo molto amato e rispettato in Argentina, per i valori che portava. Da lì il mito di “San Pugliese” che citavi nel titolo.

    Per rispondere alla tua domanda, in realtà non si “insegna” a ballare Pugliese. Si può imparare ad ascoltarlo. Una delle cose che, a volte, dico alle lezioni su Pugliese è quella di non pensare di dover interpretare tutto, di dover tradurre in movimento ogni parte della sua musica, perché è impossibile. È piuttosto un affidarsi a questo mare in tempesta, a questo “fuoco”, e lasciar fare a lui, entrarci col movimento che abbiamo. Anche stare fermi, abbracciati, è già ballo. A volte meno fai, più sei. Cercare quindi di “stare” in questo paesaggio sonoro.

    R : Come sai, non frequento più le milonghe da diversi anni, per la mia iperacusia. Ma il tango è sempre vivo in me, e appena ne sento le note, mi sembra di non averlo mai abbandonato! Ho avuto l’occasione di ballarlo dopo un lungo digiuno, e il mio corpo rispondeva alla musica e alla guida come un risveglio naturale, e con perfetta memoria!

    Negli ultimi tempi in cui ancora lo ballavo, ero arrivata ad appassionarmi così tanto che faticavo a sostenerne i ritmi. (La famosa “febbre” che ti prende per il tango, e che ben conosci!) All’epoca avevo un lavoro in azienda a tempo pieno, e mi svegliavo molto presto. In settimana frequentavo le pratiche serali, e spesso mi recavo in milonghe fuori provincia – sempre in orari “vampireschi”!

    Tu riesci a conciliare diverse attività, nella tua vita professionale. Penso che la creatività riesca a farti mantenere un equilibrio perché tutte ti appartengono, e si integrano in qualche modo fra loro. Forse si tratta di questo, se riesci ad incanalare ed esprimere l’energia, e quello che hai da dare, in attività e professioni che risuonano con quello che sei, ti spendi ma ti ricarichi allo stesso tempo. È donare e ricevere al contempo, hai il giusto ritorno per stare bene anche in condizioni fisicamente impegnative. Ti ritrovi, in queste mie parole?

    C : Sì, direi di sì. La vita dovrebbe proprio essere così – a volte siamo più bravi a donare che a permetterci di ricevere. Se manca uno di questi movimenti, quello del donare o del ricevere, qualcosa non torna. Ho la fortuna di poter mescolare il mio lavoro e la mia passione, ho fatto in modo che sia così. Sempre di più. Se prima era quella del musicista, ora la mia professione è co-creazione e creazione di bellezza, e include anche la mia formazione come coach, mentor e custode di processi, a supporto di persone e gruppi. La musica è una parte di quello che faccio, e sicuramente tutte queste attività mi ricaricano – anche quando sono stancanti. Più sono entrato nell’ottica che lavoro e passione non sono due cose separate, più tutto è diventato più fluido e la mia vita si è nutrita. I momenti difficili ci sono, fisicamente e a volte economicamente, ma fa tutto parte di un movimento necessario. Non è come lottare contro qualcosa che non ti appartiene. I momenti difficili sono una conseguenza delle mie scelte, e va bene così.

    Capisco bene quello che dici a proposito della difficile conciliazione tra il lavoro che avevi, e la vita tanguera. Ci sono professioni sicuramente meno compatibili con questo tipo di vita. Ti dà energia, ma non si può fare tutto. È anche vero, però, che “il tango ti aspetta”. Ti chiede, ma “ti aspetta”. Quindi puoi scegliere di viverlo come meglio riesci a coltivarlo. Magari ballarlo poco, ma comunque farlo restare nella tua vita. Il periodo di pandemia è stato un esempio di come siamo stati messi alla prova nel trovare soluzioni diverse per praticare le nostre passioni, nella modalità e con le possibilità che avevamo a disposizione.

    R : Nel 2015 è uscito Cristal, un tuo album contenente una serie di brani con il pianoforte che portano i titoli di diversi melodie di tango. Il mio preferito è (todo es amor), che sarà l’ascolto che lascerò ai lettori alla conclusione di questo articolo.

    Come è nato Cristal? E che cosa rappresentano per te, queste diciassette tracce di “tango trasfigurato”?

    C : Cristal è un pezzo molto importante per me, perché è stato il mio ritorno alla composizione come autore dopo una pausa di circa sei anni. Diciamo che ho lavorato come compositore di pezzi miei fino al 2009. Poi ho avuto, chiamiamola così, una “crisi”. Mi ero scaricato. Vivevo a Parigi da cinque anni, dove avevo avuto commissioni anche importanti come compositore, ma alla fine di quel periodo ero svuotato, sentivo che qualcosa non tornava. Ho smesso di scrivere, e nel 2014 è nato questo album alla fine di una storia d’amore importante.

    Era iniziato con la composizione di un piccolo pezzo con pianoforte in cui trasfiguravo il brano “Invierno” di Canaro, che la mia ex compagna amava molto. Quando la nostra storia è finita, per elaborare il dolore della separazione, ho iniziato a scrivere dei micropezzi di tango riprendendo l’idea di quel brano. Era come una collana di piccoli doni, per ricordare i tanghi che avevamo ballato – che piacevano a me, o che piacevano a lei – e trasfigurarli, renderli quasi irriconoscibili come se fossero nell’acqua della memoria. L’album è molto lento, con le note separate, a volte i tanghi non si riconoscono nemmeno. L’avevo inizialmente fatto solo per me, non pensavo all’idea che venisse eseguito, e che ci fosse un pubblico. È stato un lavoro di guarigione, di elaborazione di un lutto, di una separazione. Da lì ho ripreso a scrivere musica, è stato come “riaprire il canale”.

    R : So che sei stato allievo di Maria Filali, ballerina che ammiro moltissimo. In un’intervista, parte di un bellissimo video che si può trovare su YouTube che si intitola “Tango, le corps”, Maria a un certo punto dice: “On se prends dans les bras, c’est une étreinte, c’est simple, cherche pas midi à quatorze heures”. È un abbraccio, è semplice, non complicatevi la vita. Eppure è uno degli aspetti più studiati, e più difficili per molti ballerini!

    Con le restrizioni a cui ci ha portato la pandemia di COVID, non ho potuto non sentire come straziante la nostalgia di quegli abbracci. Non ho avuto il piacere, l’opportunità di ballare di nuovo in milonga, da allora. So che il tango ha ripreso, nelle sale, e immagino i primi contatti, che hanno seguito le chiusure e le regole di distanziamento sociale.

    Com’è stato, per te, riprendere con il tango? Sia in veste di ballerino, che di dj? Immagino certe sensazioni amplificate, e la musica con un effetto – se possibile – ancor più struggente ed emozionante. 

    C : Sì, Maria la conosco dal periodo in cui ho vissuto a Parigi, in cui appunto andavo a lezione da lei. È una persona bellissima. Mi ritrovo nelle tue parole, mi fanno rivivere molte memorie. Il periodo della pandemia l’ho vissuto attraverso diverse “fasi”. Il primissimo lockdown per certi versi è stato una liberazione, per l’idea del rallentare, godersi le piccole cose. Il secondo lockdown è stato veramente difficilissimo. Ho mantenuto la pratica del tango abbastanza regolare, in casa, con alcune persone con cui ero in contatto. Mi ha fatto molto bene. Non solo per gli abbracci, perché avendo una compagna ho avuto comunque la fortuna di condividere il lockdown con qualcuno, ma proprio per la sensazione di mantenere quello scambio di contatto fisico con il mondo. Una volta la settimana, “abbracciare il mondo esterno” faceva la differenza. Anche il fatto di mantenere nel corpo “l’impronta” dei movimenti del tango.

    Quando ha ripreso nelle sale, ho vissuto due situazioni coesistenti, e diverse. Da un lato una liberazione, questo risvegliarsi e rendersi conto di quanto ci mancava la società. Anche solo il fatto, nelle prime serate in cui ero lì come ballerino, di vedere la gente ballare, e toccarsi. Già solo questo mi ha fatto subito stare bene. Continua ad essere potente. L’altra sensazione, parallela, è che comunque il lockdown ha lasciato una cicatrice. La ferita è ancora aperta. C’è ancora timore, non si è ancora ritrovata una naturalezza. Forse qualcosa è cambiato per sempre – e questo non è per forza negativo – però è come se sentissi che è un luogo che porta una ferita. Sabato, ad esempio, sono stato a Padova a una pratica. È stato bello, però si sentiva che era come se la gente stesse cercando l’atmosfera. Si ballava assieme, però non c’era quel senso di liberazione che a volte ho sentito in altre serate. Avvertivo quindi, al contempo, le due sensazioni. Da un lato quella di ritrovare il contatto fisico, dall’altro la presenza del trauma che si sta ancora elaborando. Ci vorranno anni per trasformarlo. Nel ballo forse anche di meno, però lascerà dei segni importanti.

    Per l’aspetto musicale di cui parli, sì, per me la musica ha un effetto catartico. Mi libera.

    R : Il tango è un esempio di come si possa stare, seppur all’interno di un codice di condotta da rispettare, di precise forme da conoscere, e di regole da seguire, insieme in modo “morbido”, e accogliente. Fraterno, ludico, sensuale, elegante, brioso. Il tango in qualche modo ti cambia, ti apre un nuovo modo di sentire e confrontarti con l’altro. Nella vita a volte si incontra durezza, la comunicazione è faticosa, non è sempre facile relazionarsi.

    C : Ho la fortuna di essermi costruito una vita, e delle relazioni, in cui non è faticoso relazionarsi. Non voglio che lo sia. Cerco di non alimentare gli ambienti, le frequentazioni che scaricano, in cui è complicato. Dipende anche dall’attitudine che abbiamo noi. Se riesci ad essere aperto, curioso, fiducioso, ti ritorna questa energia. Ci sarà sempre la difficoltà di comunicazione con qualcuno, ma generalmente riesco a mantenere un’attitudine aperta. Questo mi fa vivere delle esperienze molto più gratificanti che non se mi confrontassi con il mondo temendo, sospettando, arrabbiandomi.

    Il tango può essere un’ottima occasione di crescita, di guarigione, una scuola di accoglienza. Se nel tango sei chiuso, non aperto, non disponibile, non coraggioso, non può funzionare. Lo abbandoni. È una scuola di apertura, di tolleranza, che ti insegna anche a dire dei “no”, quando serve. Per me il tango è stato comunque un’occasione di crescita. Se non è “usato bene”, può invece diventare uno strumento di potere, le persone si creano nel tango una forma di identità illusoria. Dipende davvero tutto dalla nostra attitudine interiore, e da come lo viviamo.

    R : Il 2022 è ufficialmente iniziato. Cos’hai in serbo, per questo nuovo anno? Che progetti ti aspettano?

    C : Fra poco uscirà il nuovo disco di Giorgio Gobbo, prezioso cantautore padovano, di cui sono produttore artistico. Sto poi lavorando al primo album di Arya Tripodi, cantante che compone musiche spirituali in cui mescola la tradizione indiana e l’occidente pop, e ho appena finito la colonna sonora di un documentario del registra Gabriele Donati. Mi aspettano nuove produzioni di musica mia, con un’attenzione sempre più aperta alla dimensione della pratica spirituale, oltre a quella dell’ascolto puramente musicale. Un buon esempio è l’album “Surrender”, appena uscito, co-creato assieme al polistrumentista OrsoBosco.

    E poi c’è tutta la parte di supporto personale, sia in sessioni individuali che di gruppo. Custodisco percorsi con gruppi di uomini e con gruppi misti. È un periodo molto ricco, si sente che le persone hanno bisogno di incontrarsi in spazi puliti, sereni, profondi, autentici, e ho la fortuna facilitare spazi di questo tipo da anni. Faccio parte anche di un’associazione che si chiama “La via del maschile maturo”, che si occupa proprio di lavorare con uomini su che cosa vuol dire oggi essere un uomo sano, profondo, consapevole. C’è un movimento bellissimo.

    Devo dire che anche il COVID ha accelerato certi processi, perché siamo stati tutti invitati a guardarci dentro, a concentrarci sulle cose essenziali, a sentire cosa risuonava dentro di noi. Sento che questo anno sarà comunque un anno di grande espansione. Anche per me, nella musica, e in tutto il resto. 

    R : Grazie di cuore, Carlo, per le tue profonde e sentite riflessioni, per la tua apertura nella condivisione, e per il tempo che mi hai dedicato. Speriamo di aver incuriosito e invogliato i lettori a conoscere il tango, e di averli invitati anche a qualche riflessione più vasta. Io, di sicuro, seguirò con interesse i tuoi progetti, e speriamo di ritrovarci… a ballare insieme una prossima tanda³!

    C : Grazie a te, Raffaela.


    Carlo Carcano
    è compositore e musicista, dj e danzatore di tango argentino, produttore artistico, arrangiatore e direttore d’orchestra. Più recentemente, anche coach di trasformazione e ricercatore attivo nello sviluppo personale e spirituale.

    Immagine di copertina © Raffaela Bicego

    Legenda:

    ¹ Luoghi, locali dove si balla il tango argentino. La “milonga” è anche uno dei generi musicali del tango, più allegro e velocemente ritmato.
    ² Intermezzo alla fine della tanda, per permettere ai ballerini di tornare a sedersi, o di trovare nuovi partner di ballo per la tanda successiva.
    ³ Un turno di danza, in una milonga.

    Copertina: Ritratto di Carlo, ©Raffaela Bicego

     © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

  • (UN)VEILED

    (UN)VEILED

    “Sometimes reality is the strangest dream of all.” (¹)

       Eccoci qui, uno di fronte all’altro.

       Che idea ti sarai fatto di me? Il mio volto, non lo vedi. Queste mascherine mi stanno enormi. Non si intuisce minimamente il mio viso. Avrai guardato come sono vestita, la corporatura, forse gli occhi. Nemmeno il mio profumo, puoi sentire.

       Inizi a parlarmi e sono tesa, sforzatamente concentrata. Non riesco a intuire il tuo umore, a capire il tuo approccio nei miei confronti. Sposti lo sguardo frettoloso, come per evitare il mio, e aspetti che io dica qualcosa.

       Inizio a parlarti e penso che devo essere più incisiva, più assertiva, più comunicativa. Non mi vedi. Che cosa ti arriva, di me? Non vedi le mie labbra muoversi, la mia espressione. I lineamenti che disegnano la mia storia. Forse dovrei parlare più forte? Chissà se mi senti bene. Il volto. Una mappa tutta da scoprire, così affascinante e misteriosa. Annullato, accartocciato, trasfigurato.

       Hai l’aria stanca e nervosa, o almeno così sembra. Da come gesticoli, da come non hai nemmeno voglia di cercare i miei occhi. Ho la sensazione che le mie parole ti arrivino con scarsa efficacia. Neutre, incolore, impersonali. Chissà quanti ne vedi, ogni giorno, di occhi con queste strane cornici. E chissà come ti appaiono, questi occhi. Cercheranno, come i miei, di stabilire un contatto? Di compensare, con la loro amplificata attenzione, l’impossibilità di un incontro più trasparente e rassicurante?

       Mi congedo. Scivola, silenzioso, quell’attimo innaturale in cui si salta, per questioni igieniche, la stretta di mano.

       Esco, e una volta in strada mi sfilo la mascherina. Respiro forte. Sono io, sono scoperta.

       Ora, però, sono lontana da tutti.♦

    ¹ Citazione dal film Blow up, di Michelangelo Antonioni.

    Copertina: Autoritratto, © Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego | Tutti i diritti riservati.

  • UN’ IMMAGINE “SONORA”

    UN’ IMMAGINE “SONORA”

    Energia in vibrazione

    “La funzione dell’arte è trasformare quello che ci succede in simboli, in musica,
    in modo che l’esperienza resista e si trasmetta nella memoria degli uomini.”

    (Jorge Luis Borges)

    John Biguenet scrive che il ritratto fotografico è il “distillato del silenzio del soggetto“.¹ E se invece non fosse sempre così? Se ci fosse una modalità espressiva per rendere un ritratto evocativamente “sonoro”?

    È di SUONO che vi parlo in questo articolo, e lo faccio dialogando con Franca Grimaldi : speaker, insegnante di dizione, e consulente vocale. 

    Non è la prima volta che scrivo di questo tema sul mio blog: già nel mio precedente articolo avevo raccontato come il mio percorso fotografico fosse probabilmente molto legato alla mia esperienza con liperacusia. Franca si occupa del suono che parte da dentro, ma – come lei stessa suggerisce – non dovremmo pensare soltanto in maniera “settoriale”. Il dentro e il fuori lavorano in simbiosi. (Capirete meglio che cosa intendo dire nelle prossime righe.)

    Siamo nel confortevole soggiorno di Franca, e iniziamo subito a parlare di VOCE. Franca mi racconta come la voce sia l’indicazione del nostro benessere, qualcosa che si può modificare nel corso degli anni in seguito a vizi posturali, traumi, tensioni emotive e fisiche. Mi parla di quanto il respiro sia importante e di come, da bambini, nasciamo con voce diaframmatica per poi, per i motivi elencati prima, perdere il contatto con la nostra voce. “Se lavori sulla tua voce – mi spiegalavori anche sul tuo stato interiore.”

    La VOCE evoca, rende presente quello che è assente.

    La voce è energia in vibrazione.”

    Le accenno alla mia particolare condizione uditiva, e nel raccontarle di alcuni percorsi fatti alla ricerca di una terapia, richiamo il dottor Alfred Tomatis, medico otorinolaringoiatra francese inventore dell’Orecchio Elettronico², che scopro essere da lei apprezzato e ben conosciuto. Possiede infatti diversi testi di questo autore, e ci soffermiamo per un istante sulle sue teorie. Il dottor Tomatis sosteneva che “la voce contiene solo le frequenze che l’orecchio è in grado di percepire”. “Proprio così“, afferma Franca, “noi parliamo come ascoltiamo. Parliamo, e ascoltiamo, con tutto il corpo.” Mi dà una dimostrazione del “suono osseo”, e mi sottolinea l’importanza della ricarica della corteccia cerebrale attraverso i suoni armonici. “Il cervello ha bisogno di energia sonora. Noi cantiamo solo quando siamo felici, invece dovremmo cantare perché attraverso il canto ci ricarichiamo.”

    Mi chiedo se la dieta sonora imposta dall’iperacusia abbia quindi ripercussioni sullo stato energetico della persona, e in quale modo si possa supplire alle privazioni in termini di volume, ma anche di certe specifiche frequenze. Nel riflettere su questo aspetto, penso di passare a parlare del tema del CORPO.

    Così importante in tutti i meccanismi di ascolto, di percezione e di emissione del suono, il corpo è uno “strumento sonoro” prezioso di cui spesso, forse, non siamo pienamente consapevoli. Lo yoga, il pilates, il tango, il qi gong, la tecnica di meditazione mindfulness: tutte queste discipline mi hanno fatto scoprire modi diversi di sintonizzare il mio corpo con il respiro, l’ascolto, le vibrazioni della musica. Seguo i commenti di Franca sull’argomento con interesse. “Se riusciamo ad usare la nostra voce facendo vibrare il nostro corpo, riusciamo a ricaricarci e anche a ricaricare gli altri. Nella nostra voce, noi portiamo tutto quello che siamo.” Dalla postura di ascolto, alle discipline che prevedono esercizi per ricaricare il nostro corpo con la voce, ribadisce l’importanza che quest’ultimo ha per il nostro benessere.

    Condividiamo alcuni personali esperienze, e arriviamo a dedicarci al SILENZIO. Mi sembra bello aprire questa finestra sul silenzio con le parole di Miles Davis: La vera musica è il silenzio e tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio.

    Abituata ad acufeni costanti da ormai diversi anni, per me il silenzio è solo un ricordo. Ma un pensiero mi conforta, ed è quello che in realtà il silenzio assoluto non esiste. E Franca me ne dà conferma sicura. Non ci troviamo mai in una condizione di assoluto silenzio, vero?” “Il silenzio non può esserci, perché tutto vibra e tutto ha un suono.” Parliamo quindi dell’importanza delle pause, e della difficoltà generale delle persone a stare con il silenzio. Scrive Mario Brunello³: “[…] sentiamo il bisogno di amalgamare tutto con la musica di sottofondo. […] una salsa indistinta che omologa tutti i gusti, presente ovunque…” “il silenzio è visto spesso come un vuoto, come una probabilità di smarrirsi nella mancanza di suoni.” Si cerca infatti compulsivamente di spezzarlo, per sfuggire al disagio. Profonde, e centrate, le parole di Franca a questo proposito:

    Il silenzio viene percepito come un vuoto quando abbiamo paura di guardarci dentro. Se noi siamo in contatto con le nostre emozioni, con il nostro centro, non abbiamo paura di stare in silenzio. Nel silenzio c’è l’ispirazione.
    Il silenzio ci permette di stare nel qui ed ora.

    Alla fine della nostra chiacchierata, le chiedo se ha un suo luogo preferito per meditare, per meglio apprezzare il silenzio o il suono, e mi confessa che ama molto il mare, specie nelle sue ore più calme e solitarie. L’altro luogo dove ama recarsi è il suo “angolo meditativo” di casa, al quale mi conduce. E in questa piccola oasi spirituale le scatto qualche foto prima di salutarci.

    Io credo che gli incontri non siano mai frutto del caso”, mi aveva detto Franca al telefono quando l’avevo contattata. Lo credo anch’io.♦

    ¹ da “Elogio del silenzio”, di John Biguenet
    ² Metodo Tomatis®, sito web: tomatis.com
    ³ da “Il Silenzio”, di Mario Brunello

    Immagine: Autoritratto, © Raffaela Bicego

     © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

  • WITH EYES WIDE OPEN

    WITH EYES WIDE OPEN

    A spasso con la fantasia

       Al via la mia nuova iniziativa per l’estate: l’ho chiamata “With eyes wide open“, ad occhi ben aperti. Non si tratta di un corso di tecnica fotografica, ma più di un’esperienza creativa incentrata sul guardare. E sul vedere. Proprio gli occhi saranno lo strumento e il focus principale, e la macchina fotografica o il cellulare il mezzo che consentirà di realizzare gli esercizi proposti.

       Più che di eseguire un “compito”, si tratterà di lavorare con la propria fantasia e sensibilità a partire dagli spunti tematici offerti. Ho scelto di tenere gli incontri individuali per potermi dedicare meglio al singolo partecipante e seguire anche le sue inclinazioni e preferenze rispetto alle diverse possibilità di espressione e rappresentazione.

    Quel che noterai rifletterà ciò che il mondo racconta a te e solo a te.
    Magari non sei in grado di cambiare il mondo, o forse sì.
    Ma il mondo, di certo, ti cambia
    .”¹

       A questo link trovate l’evento e anche il form di iscrizione : WITH EYES WIDE OPEN . I richiedenti che non potranno essere accolti in questi primi appuntamenti verranno comunque tenuti aggiornati su date successive disponibili.

       Vi aspetto! 🙂

    Per informazioni mi potete contattare all’indirizzo info@raffaelabicego.com

    ¹ Citazione del fotografo Joel Meyerowitz.

    Copertina Elisa, ©Raffaela Bicego.

    © Raffaela Bicego | Tutti i diritti riservati.

  • DOVE ERAVAMO RIMASTI

    DOVE ERAVAMO RIMASTI

       Ammiro chi riesce, con costanza e imperturbabile coerenza, a mantenere un flusso equilibrato di presenza online. In questo anno di pandemia, pervaso da non pochi drammi e incertezze, ho attraversato momenti di congelamento comunicativo. Eccomi oggi a riprendere la mia scrittura, mossa da un impeto di urgenza, e da una dose insperata di nuovo coraggio.


    E quindi… Dove eravamo rimasti?


       O forse dovrei dire, da dove ripartiamo? (Perché dobbiamo, dobbiamo, parlare di ripartenza.) Partiamo da una primavera di magnolie fiorite e rami ancora spogli, tra giornate quasi estive e folate di vento gelido che ci riportano a Novembre. Nulla è come prima. Ma com’era, il prima?

       Offuscati, stanchi. Numb, per usare un termine inglese che descrive a pennello la sensazione. Intorpiditi, assuefatti, esausti. Un anno dopo, siamo al punto che ci svegliamo al mattino e dobbiamo essere pronti a tutto. Saremo in zona gialla, rossa, o arancione? Quali varianti del virus saranno state scoperte oggi? Mi sarà possibile lavorare questa settimana? Potrò vedere la mia famiglia nel weekend? Si potrà uscire dal proprio comune?

       Ancora si parla poco degli effetti di tutto questo sulla nostra psiche, sulle relazioni, sull’affettività. Ma non ci vuole molto per vedere già dalle manifestazioni nella rete come siano cambiati i toni, i contenuti, le priorità. Molti sostengono che “siamo cambiati”. Con un po’ di presunzione, vorrei dire che mi sembra di no. Si è forse esacerbato quello che era presente anche prima. Forse c’erano errori di giudizio, e maschere che – messe sotto una tale pressione – si sono sgretolate. Ma cambiamenti sostanziali nelle persone, non direi.


    E a proposito di maschere, in questo periodo abbiamo vissuto – e stiamo tutt’ora vivendo – una figurata eclissi parziale del volto (“rubo” questa espressione dal titolo di un intrigante libro di Itzhak Goldberg). Da ritrattista quale sono, ammaliata dai volti e coinvolta nell’affascinante dialogo a specchio che è il fulcro del mio lavoro, il fatto di non poter vedere il viso delle persone nella vita di tutti i giorni e avere a mia volta il viso coperto fin sopra il naso è come vivere una metaforica mutilazione. La mascherina si somma ai dispositivi di protezione che già ero abituata ad indossare per il mio udito
    ¹, facendomi rinunciare a una parte ricca di espressività, preziosa per la comunicazione non verbale. Privato dell’ espressione del nostro viso, il messaggio diventa più faticoso sia da ricevere che da esprimere. Si cerca così di dare più enfasi al parlato, trovandosi magari – involontariamente – ad usare un tono di voce più alto.

       Durante le mie sessioni di lavoro, ora, devo parlare molto di più con il soggetto. Non mi ero resa conto di quanto il volto mi fosse fondamentale per rassicurare, per connettermi all’altro, per guidare alle pose. Infondere fiducia e trasmettere calore potendo contare su occhi e voce soltanto, è un modo tutto nuovo di relazionarsi.  Ma tant’è, abbiamo imparato anche questo. A pensarci, un tempo i fotografi non erano coperti dal famoso voile noir²?

    Don’t keep calm, the world is falling apart

       Sebbene il fotografo abbia avuto l’autorizzazione a lavorare per le caratteristiche di sicurezza garantite dal tipo di attività, il clima di paura, le urgenze di salute, le chiusure di servizi collegati e di molti spazi, la crisi economica, e l’impossibilità di spostarsi liberamente, hanno reso molto difficile anche per questa categoria mantenere una regolarità di lavoro. Ridefinite tutte le priorità, ho fatto gradualmente marcia indietro anche con il marketing. Ricordo il post su Instagram di un collega fotografo, apparso mesi fa, che ben rendeva l’idea – con vena ironica e agrodolce – di quanto stonata suonasse l’autopromozione: “The world is falling apart! But – Hey, do you need any of my photos?” La sensazione era un po’ quella, tra il grottesco e l’assurdo.

       Ma la resilienza ci insegna perseveranza. “Nel presente manteniamo vivo il passato e attraverso il desiderio diamo realtà al futuro.”³ Mi piace pensare che avervi con me per una sessione di ritratto rappresenti la possibilità di ricavarsi uno spazio per sé, in mezzo al caos precario e turbolento di questi tempi. Nonostante l’esperienza sia per forza di cose cambiata, farsi ritrarre – in questo periodo più che mai – si rivela un momento di confronto e di relazione raro, in cui si riceve un’attenzione e si condivide un’intimità che è sempre più difficile permettersi. L’intimità di entrare in relazione anche senza contatto. Una relazione fatta di sguardi e di intese silenziose. Un’oasi ovattata in cui espressione creativa e personalità si possono incontrare e rivelare. Proprio in questo periodo riflettevo sul fatto che mi sono fatta scattare l’ultimo ritratto professionale nel 2018. (Eh sì, anche i ritrattisti hanno, di tanto in tanto, bisogno di farsi ritrarre!) Sento anch’io ora l’urgenza di ripetere l’esperienza. Il tempo passa, il mio aspetto è cambiato, e benché io ami ogni tanto realizzare degli autoritratti, questi non hanno nulla a che vedere con l’interazione che avviene quando è invece un fotografo, o una fotografa, a scattarci una foto.

    “Ho speranza perché mi impegno.” (Aung San Suu Ki)

       Concludo questa mia riflessione nella speranza che potremo riacquistare un po’ di fiducia, e anche premiarci, tra le altre cose, con momenti come questo. Ritagli di tempo importanti, in un viaggio che è anche ricerca e continua riscoperta del sé. Un’occasione per celebrare il nostro corpo, la nostra identità, il nostro modo di essere.♦

    Note:

    ¹ Per iperacusia, ndr.
    ² Il riferimento è alle vecchie macchine fotografiche a soffietto, e il termine “voile noir” rievocato da questa citazione: Le voile noir que pendant longtemps dut revêtir le photographe est un symbole. Il signifie que l’homme d’images entre dans un ordre: l’ordre rigoureux du bromure d’argent. Il a renoncé à sa personnalité, à son « je ». Désormais, il vivra sous l’autorité de la realité et vouera son existence au culte des images.” (Brassaï, di Serge Sanchez)
    ³ Aforisma attribuito a Leonardo Da Vinci.

    Copertina M.A.R.T. © Raffaela Bicego

      © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

  • IL MOMENTO GIUSTO

    IL MOMENTO GIUSTO

    TIME TAKES TOO MUCH TIME

    “La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi.”
    (John Lennon)

       Quante volte procrastiniamo decisioni, scelte, coinvolgimenti, attività, situazioni, in attesa che arrivi quello che pensiamo dovrebbe essere il “momento giusto”? 

    Devo prima finire quella cosa. Ho troppi pensieri per la testa. Devo prima perdere quei tre chili di troppo. Devo prima trovare un altro lavoro.

       Ci invischiamo in un reticolo di programmi, intenzioni, date, convinti di poter avere tutto sotto controllo. Non sarà poi paura, quella che ci tiene sempre troppo occupati? Quando ci sarà un momento giusto in cui non abbiamo preoccupazioni, impegni, in cui ci guardiamo allo specchio e ci troviamo in forma straordinaria, in cui abbiamo salute, benessere, amore, tempo, soldi, maturità, la giusta attitudine mentale… È quello, il “momento giusto”?

       Se ripenso ai fermoimmagine della mia vita, ai ricordi che riaffiorano con più viva intensità, sono momenti che non erano frutto di alcun programma. Momenti che, mentre li vivi, non lo sai che sono perfetti.

       Per quanto cerchiamo di programmare la nostra vita come vorremmo si svolgesse, c’è sempre un fuoriprogramma a scombinare i piani. Nell’attesa della condizione “giusta” per il verificarsi di qualcosa, la vita accade. 

       Proprio oggi ascoltavo un podcast di Chase Jarvis in cui parlava del pericolo di cadere nel circolo vizioso della “busyness” che sottrae tempo a tutto il resto. “Planning and play aren’t opposites; they complement each other beautifully.” Il segreto, ancora una volta, è l’equilibrio. 

       Come nel tango, l’improvvisazione si avvinghia in un fluido gioco di incastri in cui a volte ti prendi il tuo spazio, e a volte lo lasci all’altro. Così anche nella vita, lo stesso intervallarsi di fluidità e tensione ci permette di accogliere anche i fuoriprogramma, senza per questo perdere il filo conduttore della nostra storia.

       Forse è qualcosa che nessuno ci può realmente insegnare. Arriva come una consapevolezza. Arriva… al momento giusto.✦

    Copertina: ©Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

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