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UN MOVIMENTO, E UN SENTIMENTO

16/02/2022

VUELVES, ALMA, VUELVES, VIDA

 

Di passo, in passo: un’intervista “oscillante”.

 

“Il tango tocca le corde di ciascuno, e i motivi intimi per i quali vuole ballare.” (Milena Plebs)

 

CarloCarcano_1©RaffaelaBicego

© Raffaela Bicego

 

Quasi otto anni sono passati, dall’ultima volta che ho incontrato Carlo. “Quanto tempo, e quanta vita!” – mi ha scritto, quando ha risposto al mio contatto per l’idea di questo articolo. Da tempo volevo parlare di tango sul mio blog, e ho pensato subito a lui.

Questo nostro incontro, l’intervista e la sessione fotografica, sono stati per me speciali per diversi motivi: per la stima che nutro nei confronti del lavoro di Carlo, per la risonanza che sapevo di trovare nella sua sensibilità, e perché mi dà la bellissima occasione di riportare alla luce – e condividere su questo spazio virtuale – il mio grande amore per questo ballo.

Fluttueremo quindi tra le avvolgenti note del tango argentino, siete pronti ad unirvi alla nostra danza?

 

Un paso atrás.

R : Che piacere, Carlo, ritrovarci qui. Per riprendere il filo, dobbiamo fare un bel salto indietro! Era forse il 2010? La prima volta che ti ho intravisto tra i tavoli di una milonga¹ è stata una vera sorpresa! Tu eri già un esperto ballerino, mentre io avevo ancora molto da imparare! Mi piacerebbe iniziare con il ripercorrere un po’ la tua strada, quella che ti ha portato al tango. Ci racconti quando hai iniziato? E in quale momento la tua passione ti ha portato a diventare musicalizador e maestro di musicalità, nel mondo tanguero?

C : Ho iniziato a ballare il tango nel 2003. Io e la mia compagna di allora volevamo fare qualcosa per noi, ci piaceva il tango, e abbiamo iniziato a prendere lezioni. Me ne sono subito innamorato: della musica, del rapporto fisico che mi restituiva con quest’ultima – che era un po’ quello che avevo da ragazzino quando suonavo strumenti, e si è poi perso con la mia professione che mi ha portato più a fare il musicista, il compositore, da “dietro le quinte” – e dell’opportunità di abbracciare, ballare con persone diverse, dell’aspetto quindi sociale e sensuale.

Quando ho ricevuto la proposta di fare il dj, studiavo il tango già da diverso tempo sotto i suoi diversi aspetti. Mi sono dato un anno di tempo per prepararmi, e nel 2009 ho iniziato a mettere musica presso il locale “Contatto” di Spinea. Con le lezioni di musicalità, invece, ho iniziato nel 2010, sempre su proposta di alcune amicizie nell’ambiente del tango, che sapevano della mia formazione e della passione che mettevo nel mio lavoro. In queste lezioni metto assieme degli aspetti tecnici riguardanti la musica, come il ritmo, la pausa o come ballare la melodia, con aspetti più sottili come la connessione, l’interpretazione, l’ascolto e le emozioni.

 

Ritmo y compás.

R : Le tue selezioni musicali mi davano sempre modo di conoscere nuove e meravigliose orchestre tanguere! Mi ero appassionata molto alla musica del tango, al punto che alle milonghe cercavo di identificare con l’app “Shazam” le melodie che mi incantavano. Altre volte, mi avvicinavo alla console del dj a chiedere il titolo del brano, oppure gli scrivevo il giorno dopo! (Ho ancora un piccolo taccuino rosso dove annotavo tutto.) Se la memoria non mi inganna, credo sia avvenuto proprio così il nostro primo contatto! Solo che in quel caso riguardava i brani di una tua cortina² rock! 😉

Il mestiere di dj di tango è molto delicato: richiede grande sensibilità, oltre che preparazione e professionalità. Immagino ci si prepari una scaletta, ma che poi ci si trovi in una situazione che è imprevedibile. Tanti fattori possono “rompere” l’equilibrio che si era magari previsto, immaginato. Serve stare in pieno ascolto, ricettivi delle vibrazioni in sala. Ci racconti qual è il segreto per mantenere la buena onda, in milonga?

C : Il segreto è essere presente al momento. In ascolto di ciò che avviene, qui e ora, non solo con la testa e le emozioni, ma con tutto il corpo, lo spirito. È anche una delle cose più difficili. Il secondo segreto, che è qualcosa che si crea con l’esperienza, è la capacità di improvvisare. Oggi, dopo tanti dj set in situazioni molto varie – ho messo musica in circa 800 serate di tango – riesco ad improvvisare, momento per momento. Lo si riesce a fare appunto con l’esperienza e lo studio, quando si conoscono bene i pezzi e l’atmosfera che creano.

I fattori che possono influire sulla scelta della musica sono tantissimi: il locale, i tipi di ballerini, la quantità di ballerini, la temperatura, il fatto che sia giorno o sera, che ci sia o meno un’esibizione, il tipo di luce nel locale. L’importante è non pretendere di avere sempre tutto sotto controllo. È impossibile. A un certo punto diventa una parte di te, e risulta sempre più naturale. Se stai in ascolto, le informazioni su cosa fare ti arrivano direttamente dal presente, dal “campo”.

 

CarloCarcano©RaffaelaBicego

© Raffaela Bicego

 

Sotto l’incantesimo di “San Pugliese”.

R : Ricordo una tua bellissima lezione di musicalità sull’orchestra di Osvaldo Pugliese. Io nutro un grande amore per la sua musica: per me è la più “infuocante” di tutte le orchestre tanguere! Ricordo che, dalle prime note, in milonga, i miei piedi scalpitavano sotto il tavolo, e sentivo le “farfalle” nella pancia. Quando lo ballavo, ero come preda di un incantesimo, che mi lasciava un subbuglio interiore fortissimo. Sono dell’idea che non si può ballare la musica di Pugliese con chiunque, e in modo qualunque!

Parlami del tuo rapporto con la sua musica. Come si insegna a ballare Pugliese?

C : Pugliese è uno dei giganti del tango, come ben sai anche tu. Ed è effettivamente un po’ un’ eccezione, come musica riconosciuta “da ballo”. È forse l’orchestra più difficile da ballare. La sua musica è molto complessa: le pause, gli accelerando, i crescendo e altre diverse caratteristiche che, normalmente, nelle altre orchestre non ci sono. O sono comunque rarissime. Pugliese fu anche un innovatore, in tante cose. Allo stesso tempo – come dicevi prima, giustamente – c’è del “fuoco”. È violento, passionale, struggente, intenso. Quel fuoco è ben rappresentato dal suo tipico modo di portare il ritmo, questa pulsazione che viene chiamata “Yum-ba”. Era un uomo di grande integrità, che ha fatto delle scelte politiche forti, che gestiva democraticamente la sua orchestra, un uomo molto amato e rispettato in Argentina, per i valori che portava. Da lì il mito di “San Pugliese” che citavi nel titolo.

Per rispondere alla tua domanda, in realtà non si “insegna” a ballare Pugliese. Si può imparare ad ascoltarlo. Una delle cose che, a volte, dico alle lezioni su Pugliese è quella di non pensare di dover interpretare tutto, di dover tradurre in movimento ogni parte della sua musica, perché è impossibile. È piuttosto un affidarsi a questo mare in tempesta, a questo “fuoco”, e lasciar fare a lui, entrarci col movimento che abbiamo. Anche stare fermi, abbracciati, è già ballo. A volte meno fai, più sei. Cercare quindi di “stare” in questo paesaggio sonoro.

 

Remembranzas.

R : Come sai, non frequento più le milonghe da diversi anni, per la mia iperacusia. Ma il tango è sempre vivo in me, e appena ne sento le note, mi sembra di non averlo mai abbandonato! Ho avuto l’occasione di ballarlo dopo un lungo digiuno, e il mio corpo rispondeva alla musica e alla guida come un risveglio naturale, e con perfetta memoria!

Negli ultimi tempi in cui ancora lo ballavo, ero arrivata ad appassionarmi così tanto che faticavo a sostenerne i ritmi. (La famosa “febbre” che ti prende per il tango, e che ben conosci!) All’epoca avevo un lavoro in azienda a tempo pieno, e mi svegliavo molto presto. In settimana frequentavo le pratiche serali, e spesso mi recavo in milonghe fuori provincia – sempre in orari “vampireschi”!

Tu riesci a conciliare diverse attività, nella tua vita professionale. Penso che la creatività riesca a farti mantenere un equilibrio perché tutte ti appartengono, e si integrano in qualche modo fra loro. Forse si tratta di questo, se riesci ad incanalare ed esprimere l’energia, e quello che hai da dare, in attività e professioni che risuonano con quello che sei, ti spendi ma ti ricarichi allo stesso tempo. È donare e ricevere al contempo, hai il giusto ritorno per stare bene anche in condizioni fisicamente impegnative. Ti ritrovi, in queste mie parole?

C : Sì, direi di sì. La vita dovrebbe proprio essere così – a volte siamo più bravi a donare che a permetterci di ricevere. Se manca uno di questi movimenti, quello del donare o del ricevere, qualcosa non torna. Ho la fortuna di poter mescolare il mio lavoro e la mia passione, ho fatto in modo che sia così. Sempre di più. Se prima era quella del musicista, ora la mia professione è co-creazione e creazione di bellezza, e include anche la mia formazione come coach, mentor e custode di processi, a supporto di persone e gruppi. La musica è una parte di quello che faccio, e sicuramente tutte queste attività mi ricaricano – anche quando sono stancanti. Più sono entrato nell’ottica che lavoro e passione non sono due cose separate, più tutto è diventato più fluido e la mia vita si è nutrita. I momenti difficili ci sono, fisicamente e a volte economicamente, ma fa tutto parte di un movimento necessario. Non è come lottare contro qualcosa che non ti appartiene. I momenti difficili sono una conseguenza delle mie scelte, e va bene così.

Capisco bene quello che dici a proposito della difficile conciliazione tra il lavoro che avevi, e la vita tanguera. Ci sono professioni sicuramente meno compatibili con questo tipo di vita. Ti dà energia, ma non si può fare tutto. È anche vero, però, che “il tango ti aspetta”. Ti chiede, ma “ti aspetta”. Quindi puoi scegliere di viverlo come meglio riesci a coltivarlo. Magari ballarlo poco, ma comunque farlo restare nella tua vita. Il periodo di pandemia è stato un esempio di come siamo stati messi alla prova nel trovare soluzioni diverse per praticare le nostre passioni, nella modalità e con le possibilità che avevamo a disposizione.

 

© Elliott Erwitt - Magnum Photos

© Elliott Erwitt

 

“[…] un silencio y un comienzo”

R : Nel 2015 è uscito Cristal, un tuo album contenente una serie di brani con il pianoforte che portano i titoli di diversi melodie di tango. Il mio preferito è (todo es amor), che sarà l’ascolto che lascerò ai lettori alla conclusione di questo articolo.

Come è nato Cristal? E che cosa rappresentano per te, queste diciassette tracce di “tango trasfigurato”?

C : Cristal è un pezzo molto importante per me, perché è stato il mio ritorno alla composizione come autore dopo una pausa di circa sei anni. Diciamo che ho lavorato come compositore di pezzi miei fino al 2009. Poi ho avuto, chiamiamola così, una “crisi”. Mi ero scaricato. Vivevo a Parigi da cinque anni, dove avevo avuto commissioni anche importanti come compositore, ma alla fine di quel periodo ero svuotato, sentivo che qualcosa non tornava. Ho smesso di scrivere, e nel 2014 è nato questo album alla fine di una storia d’amore importante.

Era iniziato con la composizione di un piccolo pezzo con pianoforte in cui trasfiguravo il brano “Invierno” di Canaro, che la mia ex compagna amava molto. Quando la nostra storia è finita, per elaborare il dolore della separazione, ho iniziato a scrivere dei micropezzi di tango riprendendo l’idea di quel brano. Era come una collana di piccoli doni, per ricordare i tanghi che avevamo ballato – che piacevano a me, o che piacevano a lei – e trasfigurarli, renderli quasi irriconoscibili come se fossero nell’acqua della memoria. L’album è molto lento, con le note separate, a volte i tanghi non si riconoscono nemmeno. L’avevo inizialmente fatto solo per me, non pensavo all’idea che venisse eseguito, e che ci fosse un pubblico. È stato un lavoro di guarigione, di elaborazione di un lutto, di una separazione. Da lì ho ripreso a scrivere musica, è stato come “riaprire il canale”.

 

©RaffaelaBicego

© Raffaela Bicego


Abrazo fraternal.

R : So che sei stato allievo di Maria Filali, ballerina che ammiro moltissimo. In un’intervista, parte di un bellissimo video che si può trovare su YouTube che si intitola “Tango, le corps”, Maria a un certo punto dice: “On se prends dans les bras, c’est une étreinte, c’est simple, cherche pas midi à quatorze heures”. È un abbraccio, è semplice, non complicatevi la vita. Eppure è uno degli aspetti più studiati, e più difficili per molti ballerini!

Con le restrizioni a cui ci ha portato la pandemia di COVID, non ho potuto non sentire come straziante la nostalgia di quegli abbracci. Non ho avuto il piacere, l’opportunità di ballare di nuovo in milonga, da allora. So che il tango ha ripreso, nelle sale, e immagino i primi contatti, che hanno seguito le chiusure e le regole di distanziamento sociale.

Com’è stato, per te, riprendere con il tango? Sia in veste di ballerino, che di dj? Immagino certe sensazioni amplificate, e la musica con un effetto – se possibile – ancor più struggente ed emozionante. 

C : Sì, Maria la conosco dal periodo in cui ho vissuto a Parigi, in cui appunto andavo a lezione da lei. È una persona bellissima. Mi ritrovo nelle tue parole, mi fanno rivivere molte memorie. Il periodo della pandemia l’ho vissuto attraverso diverse “fasi”. Il primissimo lockdown per certi versi è stato una liberazione, per l’idea del rallentare, godersi le piccole cose. Il secondo lockdown è stato veramente difficilissimo. Ho mantenuto la pratica del tango abbastanza regolare, in casa, con alcune persone con cui ero in contatto. Mi ha fatto molto bene. Non solo per gli abbracci, perché avendo una compagna ho avuto comunque la fortuna di condividere il lockdown con qualcuno, ma proprio per la sensazione di mantenere quello scambio di contatto fisico con il mondo. Una volta la settimana, “abbracciare il mondo esterno” faceva la differenza. Anche il fatto di mantenere nel corpo “l’impronta” dei movimenti del tango.

Quando ha ripreso nelle sale, ho vissuto due situazioni coesistenti, e diverse. Da un lato una liberazione, questo risvegliarsi e rendersi conto di quanto ci mancava la società. Anche solo il fatto, nelle prime serate in cui ero lì come ballerino, di vedere la gente ballare, e toccarsi. Già solo questo mi ha fatto subito stare bene. Continua ad essere potente. L’altra sensazione, parallela, è che comunque il lockdown ha lasciato una cicatrice. La ferita è ancora aperta. C’è ancora timore, non si è ancora ritrovata una naturalezza. Forse qualcosa è cambiato per sempre – e questo non è per forza negativo – però è come se sentissi che è un luogo che porta una ferita. Sabato, ad esempio, sono stato a Padova a una pratica. È stato bello, però si sentiva che era come se la gente stesse cercando l’atmosfera. Si ballava assieme, però non c’era quel senso di liberazione che a volte ho sentito in altre serate. Avvertivo quindi, al contempo, le due sensazioni. Da un lato quella di ritrovare il contatto fisico, dall’altro la presenza del trauma che si sta ancora elaborando. Ci vorranno anni per trasformarlo. Nel ballo forse anche di meno, però lascerà dei segni importanti.

Per l’aspetto musicale di cui parli, sì, per me la musica ha un effetto catartico. Mi libera.

 

Camminare insieme: il dialogo del tango.

R : Il tango è un esempio di come si possa stare, seppur all’interno di un codice di condotta da rispettare, di precise forme da conoscere, e di regole da seguire, insieme in modo “morbido”, e accogliente. Fraterno, ludico, sensuale, elegante, brioso. Il tango in qualche modo ti cambia, ti apre un nuovo modo di sentire e confrontarti con l’altro. Nella vita a volte si incontra durezza, la comunicazione è faticosa, non è sempre facile relazionarsi.

C : Ho la fortuna di essermi costruito una vita, e delle relazioni, in cui non è faticoso relazionarsi. Non voglio che lo sia. Cerco di non alimentare gli ambienti, le frequentazioni che scaricano, in cui è complicato. Dipende anche dall’attitudine che abbiamo noi. Se riesci ad essere aperto, curioso, fiducioso, ti ritorna questa energia. Ci sarà sempre la difficoltà di comunicazione con qualcuno, ma generalmente riesco a mantenere un’attitudine aperta. Questo mi fa vivere delle esperienze molto più gratificanti che non se mi confrontassi con il mondo temendo, sospettando, arrabbiandomi.

Il tango può essere un’ottima occasione di crescita, di guarigione, una scuola di accoglienza. Se nel tango sei chiuso, non aperto, non disponibile, non coraggioso, non può funzionare. Lo abbandoni. È una scuola di apertura, di tolleranza, che ti insegna anche a dire dei “no”, quando serve. Per me il tango è stato comunque un’occasione di crescita. Se non è “usato bene”, può invece diventare uno strumento di potere, le persone si creano nel tango una forma di identità illusoria. Dipende davvero tutto dalla nostra attitudine interiore, e da come lo viviamo.

 

Adelante!

R : Il 2022 è ufficialmente iniziato. Cos’hai in serbo, per questo nuovo anno? Che progetti ti aspettano?

C : Fra poco uscirà il nuovo disco di Giorgio Gobbo, prezioso cantautore padovano, di cui sono produttore artistico. Sto poi lavorando al primo album di Arya Tripodi, cantante che compone musiche spirituali in cui mescola la tradizione indiana e l’occidente pop, e ho appena finito la colonna sonora di un documentario del registra Gabriele Donati. Mi aspettano nuove produzioni di musica mia, con un’attenzione sempre più aperta alla dimensione della pratica spirituale, oltre a quella dell’ascolto puramente musicale. Un buon esempio è l’album “Surrender”, appena uscito, co-creato assieme al polistrumentista OrsoBosco.

E poi c’è tutta la parte di supporto personale, sia in sessioni individuali che di gruppo. Custodisco percorsi con gruppi di uomini e con gruppi misti. È un periodo molto ricco, si sente che le persone hanno bisogno di incontrarsi in spazi puliti, sereni, profondi, autentici, e ho la fortuna facilitare spazi di questo tipo da anni. Faccio parte anche di un’associazione che si chiama “La via del maschile maturo”, che si occupa proprio di lavorare con uomini su che cosa vuol dire oggi essere un uomo sano, profondo, consapevole. C’è un movimento bellissimo.

Devo dire che anche il COVID ha accelerato certi processi, perché siamo stati tutti invitati a guardarci dentro, a concentrarci sulle cose essenziali, a sentire cosa risuonava dentro di noi. Sento che questo anno sarà comunque un anno di grande espansione. Anche per me, nella musica, e in tutto il resto. 

R : Grazie di cuore, Carlo, per le tue profonde e sentite riflessioni, per la tua apertura nella condivisione, e per il tempo che mi hai dedicato. Speriamo di aver incuriosito e invogliato i lettori a conoscere il tango, e di averli invitati anche a qualche riflessione più vasta. Io, di sicuro, seguirò con interesse i tuoi progetti, e speriamo di ritrovarci… a ballare insieme una prossima tanda³!

C : Grazie a te, Raffaela.

CarloCarcano©RaffaelaBicego

© Raffaela Bicego


Carlo Carcano
è compositore e musicista, dj e danzatore di tango argentino, produttore artistico, arrangiatore e direttore d’orchestra. Più recentemente, anche coach di trasformazione e ricercatore attivo nello sviluppo personale e spirituale.  

Legenda:

¹ Luoghi, locali dove si balla il tango argentino. La “milonga” è anche uno dei generi musicali del tango, più allegro e velocemente ritmato.
² Intermezzo alla fine della tanda, per permettere ai ballerini di tornare a sedersi, o di trovare nuovi partner di ballo per la tanda successiva.
³ Un turno di danza, in una milonga.

 

Foto di copertina: © Adriana Groisman, “Never Before Midnight” series.

 


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Raffaela
FINDING YOUR FEET
Quando cadere al buio diventa fondamentale per ricominciare.
SUR-FACE
La superficie che non è superficiale: immagini e riflessioni su qualcosa che ci "tocca" da molto vicino.
(UN)VEILED
Forse per parlarsi, ora, occorre indagare i silenzi.
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