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DOVE ERAVAMO RIMASTI

07/04/2021

Ammiro chi riesce, con costanza e imperturbabile coerenza, a mantenere un flusso equilibrato di presenza online. In questo anno di pandemia, pervaso da non pochi drammi e incertezze, ho attraversato momenti di congelamento comunicativo. Eccomi oggi a riprendere la mia scrittura, mossa da un impeto di urgenza, e da una dose insperata di nuovo coraggio.


E quindi… Dove eravamo rimasti?


O forse dovrei dire, da dove ripartiamo? (Perché dobbiamo, dobbiamo, parlare di ripartenza.) Partiamo da una primavera di magnolie fiorite e rami ancora spogli, tra giornate quasi estive e folate di vento gelido che ci riportano a Novembre. Nulla è come prima. Ma com’era, il prima?

Offuscati, stanchi. Numb, per usare un termine inglese che descrive a pennello la sensazione. Intorpiditi, assuefatti, esausti. Un anno dopo, siamo al punto che ci svegliamo al mattino e dobbiamo essere pronti a tutto. Saremo in zona gialla, rossa, o arancione? Quali varianti del virus saranno state scoperte oggi? Mi sarà possibile lavorare questa settimana? Potrò vedere la mia famiglia nel weekend? Si potrà uscire dal proprio comune?

Ancora si parla poco degli effetti di tutto questo sulla nostra psiche, sulle relazioni, sull’affettività. Ma non ci vuole molto per vedere già dalle manifestazioni nella rete come siano cambiati i toni, i contenuti, le priorità. Molti sostengono che “siamo cambiati”. Con un po’ di presunzione, vorrei dire che mi sembra di no. Si è forse esacerbato quello che era presente anche prima. Forse c’erano errori di giudizio, e maschere che – messe sotto una tale pressione – si sono sgretolate. Ma cambiamenti sostanziali nelle persone, non direi.

autoritratto-con-maschera

© Raffaela Bicego, autoritratto, 2020


E a proposito di maschere, in questo periodo abbiamo vissuto – e stiamo tutt’ora vivendo – una figurata eclissi parziale del volto (“rubo” questa espressione dal titolo di un intrigante libro di Itzhak Goldberg). Da ritrattista quale sono, ammaliata dai volti e coinvolta nell’affascinante dialogo a specchio che è il fulcro del mio lavoro, il fatto di non poter vedere il viso delle persone nella vita di tutti i giorni e avere a mia volta il viso coperto fin sopra il naso è come vivere una metaforica mutilazione. La mascherina si somma ai dispositivi di protezione che già ero abituata ad indossare per il mio udito
¹, facendomi rinunciare a una parte ricca di espressività, preziosa per la comunicazione non verbale. Privato dell’ espressione del nostro viso, il messaggio diventa più faticoso sia da ricevere che da esprimere. Si cerca così di dare più enfasi al parlato, trovandosi magari – involontariamente – ad usare un tono di voce più alto.

Durante le mie sessioni di lavoro, ora, devo parlare molto di più con il soggetto. Non mi ero resa conto di quanto il volto mi fosse fondamentale per rassicurare, per connettermi all’altro, per guidare alle pose. Infondere fiducia e trasmettere calore potendo contare su occhi e voce soltanto, è un modo tutto nuovo di relazionarsi.  Ma tant’è, abbiamo imparato anche questo. A pensarci, un tempo i fotografi non erano coperti dal famoso voile noir²?

 

Don’t keep calm, the world is falling apart

Sebbene il fotografo abbia avuto l’autorizzazione a lavorare per le caratteristiche di sicurezza garantite dal tipo di attività, il clima di paura, le urgenze di salute, le chiusure di servizi collegati e di molti spazi, la crisi economica, e l’impossibilità di spostarsi liberamente, hanno reso molto difficile anche per questa categoria mantenere una regolarità di lavoro. Ridefinite tutte le priorità, ho fatto gradualmente marcia indietro anche con il marketing. Ricordo il post su Instagram di un collega fotografo, apparso mesi fa, che ben rendeva l’idea – con vena ironica e agrodolce – di quanto stonata suonasse l’autopromozione: “The world is falling apart! But – Hey, do you need any of my photos?” La sensazione era un po’ quella, tra il grottesco e l’assurdo.

Ma la resilienza ci insegna perseveranza. “Nel presente manteniamo vivo il passato e attraverso il desiderio diamo realtà al futuro.”³ Mi piace pensare che avervi con me per una sessione di ritratto rappresenti la possibilità di ricavarsi uno spazio per sé, in mezzo al caos precario e turbolento di questi tempi. Nonostante l’esperienza sia per forza di cose cambiata, farsi ritrarre – in questo periodo più che mai – si rivela un momento di confronto e di relazione raro, in cui si riceve un’attenzione e si condivide un’intimità che è sempre più difficile permettersi. L’intimità di entrare in relazione anche senza contatto. Una relazione fatta di sguardi e di intese silenziose. Un’oasi ovattata in cui espressione creativa e personalità si possono incontrare e rivelare. Proprio in questo periodo riflettevo sul fatto che mi sono fatta scattare l’ultimo ritratto professionale nel 2018. (Eh sì, anche i ritrattisti hanno, di tanto in tanto, bisogno di farsi ritrarre!) Sento anch’io ora l’urgenza di ripetere l’esperienza. Il tempo passa, il mio aspetto è cambiato, e benché io ami ogni tanto realizzare degli autoritratti, questi non hanno nulla a che vedere con l’interazione che avviene quando è invece un fotografo, o una fotografa, a scattarci una foto.

“Ho speranza perché mi impegno.” (Aung San Suu Ki)

backstage

Scatto di Elisa

Concludo questa mia riflessione nella speranza che potremo riacquistare un po’ di fiducia, e anche premiarci, tra le altre cose, con momenti come questo. Ritagli di tempo importanti, in un viaggio che è anche ricerca e continua riscoperta del sé. Un’occasione per celebrare il nostro corpo, la nostra identità, il nostro modo di essere.♦

 

Note:

¹ Per iperacusia, ndr.
² Il riferimento è alle vecchie macchine fotografiche a soffietto, e il termine “voile noir” rievocato da questa citazione: Le voile noir que pendant longtemps dut revêtir le photographe est un symbole. Il signifie que l’homme d’images entre dans un ordre: l’ordre rigoureux du bromure d’argent. Il a renoncé à sa personnalité, à son « je ». Désormais, il vivra sous l’autorité de la realité et vouera son existence au culte des images.” (Brassaï, di Serge Sanchez)
³ Aforisma attribuito a Leonardo Da Vinci.

CONTATTI:

+39-346-3897088

info@raffaelabicego.com

Raffaela

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THE HIEROPHANT CARD
Partenze che non ritornano.
THANK YOU, HEDY
E mi lascio volentieri ispirare.
FINDING YOUR FEET
Quando cadere al buio diventa fondamentale per ricominciare.
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