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  • ON THE “WEBFLOOR”

    ON THE “WEBFLOOR”

    Lo specchio virtuale del sé

     “Identity” of a person, of a thing, of a place.
    “Identity”.  The word itself gives me shivers. It rings of calm, comfort, contentedness.

    What is it, “identity”? To know where you belong? To know your self-worth?
    To know who you are? How do you recognize identity?

    We are creating an image of ourselves. We are attempting to resemble this image.
    Is that what we call “identity”?
    The accord between the image we have created of ourselves, and… ourselves?
    Just who is that, “ourselves”?

       Come viene percepita, la nostra identità, attraverso l’immagine che mostriamo agli altri? Come cambia, in relazione al pubblico con cui ci relazioniamo? Che cosa influenza la nostra opinione, quando guardiamo la foto di qualcuno?

       L’identità è in costante mutamento: influenzata dalle abitudini, dai luoghi che frequentiamo, dalle culture, dalle mode. In qualche modo sfugge alla nostra stessa comprensione, talmente è complesso dare forma finita a un concetto così liquido e suscettibile di interpretazione.

       E lo è ancor più oggi, che ci confrontiamo con avatar e alter ego virtuali. A chi non capita di chiedersi chi si nasconde dietro la tastiera? Se è vero che le maschere a cui alludeva Pirandello esistono da ben prima dell’avvento del virtuale, è anche vero che ora è tutto più impalpabile. E al tempo stesso, non privo di spazio per l’autenticità.

       Come destreggiarsi in questo scenario? Se vogliamo ballare, sappiamo di dover scendere in pista. Ci muoviamo in bilico tra il tentativo (ormai utopico) di proteggere la nostra privacy, e la volontà di coltivare una presenza virtuale più o meno esposta e credibile. Se usiamo la rete per la nostra professione, dobbiamo gestire con accortezza profilo personale e lavorativo: l’uno più informale, l’altro più autorevole.

       Ogni scelta che facciamo, sia quella di non comparire affatto o di “metterci la faccia”, comunica sempre qualcosa agli altri. Così come lo comunica il modo in cui scegliamo di farlo. Difficile stabilire un “giusto” e uno “sbagliato” che vada bene per tutti: al di là delle comuni buone norme di condotta online, il resto dipende dalla nostra professione, dalla nostra indole, da quello che vogliamo comunicare. Ciò che è importante è avere la consapevolezza che se si è online si è “in pista”, e che il modo in cui scegliamo di esserci parla di noi. ✦

    La prefazione è tratta da  “Appunti di Viaggio su Moda e Città”, un docufilm di Wim Wenders.

    Copertina: La danseuse, © Raffaela Bicego


    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati

  • “IL CORAGGIO DELL’IMPERFEZIONE”

    “IL CORAGGIO DELL’IMPERFEZIONE”

    Intervista a Cristina Memoli

        Era da tempo che volevo intervistare Cristina. Ci siamo conosciute circa tre anni fa, all’occasione di una mia call di portfolio di ritratto creativo. Dopo quell’incontro, abbiamo avuto modo di apprezzarci sia sul lato umano che professionale (Cristina è una HR Professional Counselor). Abbiamo scoperto di avere in comune esperienze personali che ci hanno profondamente cambiate, con grande impatto non solo sulla vita personale, ma anche sulle nostre carriere lavorative. Ho finalmente il piacere di averla qui, graditissima voce, sulle pagine del mio Blog. 

    (E la ringrazio tantissimo per aver accettato di gestire quest’intervista virtualmente, e di aver saputo mantenere la freschezza e l’impetuoso entusiasmo del dialogo, anche senza poterci vedere dal vivo!)


    R: Cristina, partiamo dal tuo payoff: “Promuovo il coraggio dell’imperfezione”. Si potrebbe imperniare l’intera intervista solo su questo, tanto è forte e pregno di significato, e sicuramente ricco di storia personale. La perfezione non esiste, eppure ci vuole coraggio a essere imperfetti. Più per pressione sociale o per il nostro severo giudice interiore?

        C: Ci vuole coraggio per accettare di vedersi diversi (suona bene Raffaela, ne facciamo il nostro prossimo slogan?). Hai centrato il cuore del mio payoff, che nasce proprio dall’aver sperimentato in prima persona, fisicamente innanzitutto, che cosa vuol dire cambiamento. Nel mio caso ha coinvolto il vedere, l’udire e anche il sorridere in maniera “asimmetrica”, e quindi non più corrispondente ai canoni che ero solita conoscere. Quando ho vissuto questo passaggio, dieci anni fa, ricordo di aver scelto un’immagine per esprimermi. Cambiai la mia foto profilo con un dipinto di Picasso: era il ritratto di Dora Maar. A dimostrazione di come la potenza di una sola immagine possa essere davvero grande, fui contattata da una persona che non sentivo da anni. Al vedere quella foto, mi scrisse privatamente per sapere come stavo. Aveva pienamente colto il messaggio che volevo trasmettere.

        Tornando alla tua domanda, quel che mi sento di rispondere è che la pressione sociale ha impatto sulle nostre ansie nella misura in cui noi ci sentiamo dipendenti dall’opinione altrui, e desideriamo compiacere dei referenti esterni. L’idea che ho maturato, durante la mia lunga esperienza professionale, è che la difficoltà maggiore risiede nel superare i blocchi personali, i propri pensieri limitanti – se vogliamo chiamarli in questo modo. Spesso sono convinzioni che hanno origine da messaggi che ci ha introiettato la famiglia o il nostro gruppo di appartenenza (come l’idea che sia preferibile cercare un lavoro vicino a casa, o quella di evitare di esporsi a troppi rischi e responsabilità, o scegliere una carriera in un certo settore anziché in un altro… e così via). Il più delle volte siamo proprio noi stessi a boicottarci. Temiamo lo sbaglio, l’incongruenza tra la nostra immagine ideale e la realtà sulla quale sbatteremo il naso. La temiamo almeno quanto temiamo anche la responsabilità del successo, perché saremo tenuti a comportarci in maniera diversa, a cambiare magari il nostro ruolo, e addirittura a modificare, in qualche modo, la nostra identitàLa saggezza di cui godo ora che ho varcato la soglia dei cinquanta, mi ha fatto capire che è molto più costruttivo affrontare il cambiamento con spirito sportivo, meno incline a ragionare con pensieri come “è tutto giusto” o “è tutto sbagliato”. “Sono una grande star” oppure “sono un fallito”. Molto meglio pensare che possiamo giocarci ogni giornata che ci si presenta innanzi. E, se perdiamo una partita, vuol dire che alla prossima saremo più allenati! Se ci preoccupa troppo il riconoscimento sociale e l’opinione degli altri, forse c’è da ripensare a per chi e per che cosa stiamo scendendo in campo.

        R: Stiamo affrontando una grande sfida, in questo periodo di pandemia, sia dal punto di vista umano che professionale. Hai ricevuto richieste di consulenza e supporto da parte dei tuoi clienti, in questo periodo? Se sì, quali sono le maggiori preoccupazioni che ti hanno esposto? 

        C: Ne ho ricevute, sì. Ho avuto contatti sia con un ente formativo con cui collaboro per il proseguimento di alcune attività, sia con persone che, a prescindere dall’emergenza in corso, avevano e hanno necessità di ridisegnare il proprio percorso, per impadronirsi nuovamente della propria professionalità.
    Mi ha sorpreso sentire che le preoccupazioni non sono cambiate. Alcune persone hanno addirittura trovato, nella condizione imposta, un maggior senso di condivisione. Voglio dire che, in questo momento in cui ci si sente meno performanti, in cui domina un senso di incertezza sul proprio futuro, le persone si sentono meno isolate, più comprese, e trovano più rispecchiamento esterno in uno stato d’animo diffuso.
    La preoccupazione maggiore che ho raccolto, comunque, è di natura economica e riguarda la disponibilità di risorse finanziarie. Ci sono molte persone, soprattutto donne, che hanno idee e abilità per investire in nuovi progetti, ma non hanno né denaro né sponsor, e in alcuni casi nemmeno un piano. Quello che risulta davvero utile ora è avere strumenti per poter pianificare, costruire quello che chiamiamo business plan: dalle conoscenze alle piattaforme per poter condividere e simulare alcune iniziative, reperire risorse, contatti, trasferire a cascata quanto sperimentato, creare nuova cultura imprenditoriale in modo sostenibile, cooperando.
    Strumenti che, messi a disposizione, si rivelano ora preziosi: oggi più che mai siamo chiamati a collaborare tutti.

        R: Lo smart working non aveva mai preso piede nella nostra regione, ma ora si rivela una necessità. Possiamo sperare, finalmente, che anche le più irremovibili posizioni imprenditoriali diventeranno più elastiche, e aperte a nuove forme di collaborazione? Credi che ci vorrà ancora molto tempo prima di vedere un reale e concreto cambiamento, in questo senso?

        C: La pandemia ci ha messo davanti a un cambiamento che non può più avvenire per piccole onde, ma è già qui come uno tsunami: anche chi ancora resisteva a concedere flessibilità, oggi non ha altra via per mandare avanti l’organizzazione e i suoi processi.
    Quello che stiamo sperimentando, al momento si avvicina ancora poco al vero concetto di smart working. E’ semplicemente un lavoro da remoto, nella gran parte dei casi, in cui il lavoratore non solo non può scegliere il luogo da cui lavorare (essendo qui costretto nella sua dimora), ma spesso nemmeno i tempi e i modi. I lavoratori sono connessi e reperibili oltremisura, e sono soggetti in molti a casi a una sovraesposizione da contatti e stimoli esterni, trovandosi a monitorare più piattaforme per le proprie attività, e più di qualche volta anche per la didattica dei figli. In questo senso è necessario un codice di condotta, che in parte sta al singolo e in parte dovrebbe seguire regole condivise, come una sorta di codice stradale. Se poi andiamo nello specifico di alcuni settori, ci accorgiamo che esistono problematiche peculiari per ciascuno, che richiedono interventi su più livelli, dove la tecnologia da sola non basta. Riporto l’esempio che ho constatato nel campo dell’istruzione: alcuni insegnanti si sono attivati fin dal principio con video lezioni e assicurando presenza e confronto costante con gli studenti, altri si sono limitati a inserire consegne, pagine ed esercizi, altri ancora non si sono nemmeno fatti vivi per intere settimane.

        Affinché il lavoro sia smart, lo dev’essere prima di tutto l’organizzazione. E con questo intendo la presenza di responsabilizzazione, autonomia, flessibilità, collaborazione, e soprattutto di FIDUCIA. Questo vuol dire avere team, leader e collaboratori evoluti, che hanno imparato a lavorare  per processi, per progetti e per obiettivi, “senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”. Pensa che il nostro ordinamento giuridico precisa anche “con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici (Legge 81 del 2017). Questo rende ancora più palese l’equivoco in cui stiamo cadendo: quello di credere che con un PC e una connessione siamo entrati nel mondo del futuro, e dello smart working. Prima di passare da un regime (piuttosto diffuso, nella tradizione veneta che giustamente ricordavi) fondato sul controllo a un organismo fondato sulla fiducia dei leader, sulla trasparenza, su obiettivi condivisi e riscontri oggettivi nel rispetto degli altrui spazi, tempi, e opinioni, c’è ancora la necessità di introdurre e consolidare metodi di coordinamento e di coinvolgimento dei lavoratori. Quando questa cultura sarà diffusa e il pensiero sistemico prevarrà sugli individualismi – forse nemmeno alla fine di questa pandemia, a giudicare dai segnali attuali – il lavoro sarà effettivamente agile e consentirà alle persone di autorealizzarsi garantendo un miglior equilibrio psico-fisico.

        R: È il tempo delle dirette video, delle teleconferenze, dei tutorial, delle visite virtuali. C’è che dice che la fotografia verrà soppiantata dai video. Pensi che un video possa davvero sostituirsi all’eternità della singola immagine? (Io sono chiaramente di parte, ndr) Credi che sposerai anche tu questa forma di comunicazione per il tuo business?

        C: Oggi i video, i webinar, le conference call, sono cruciali perché in questa fase ci permettono di interagire, di poter avere delle comunicazioni quasi integrali: consentono di trasmettere e ricevere messaggi nella maniera più efficace possibile nell’assenza fisica. In questo senso, l’utilizzo dei video è necessario e sarà direttamente correlato al permanere del distanziamento sociale.

        Io lavoro con videochat da tempi anteriori al Coronavirus, ma per mia indole e per come mi piace osservare e vivere le persone, prediligo l’incontro in 3D. Oggi non è possibile far altrimenti, ed è una grande opportunità avere strumenti come Skype, o Zoom, per mantenere la dimensione interattiva e di ascolto. Non ho ancora utilizzato i video per  proporre la mia attività di formazione e facilitazione di gruppo, ma ci sto pensando. Ci vogliono un livello avanzato di competenze tecniche, e doti comunicative. Ho trovato maggiormente efficaci webinar in cui i relatori hanno utilizzato modalità integrate di presentazione: ad esempio condividendo schemi, o proponendo immagini, in un caso anche un video musicale. I più bravi fanno ricorso anche ad esempi, che sono essi stessi metafore o visualizzazioni di idee.

         Quando è il momento di arrivare ad una sintesi, o di avere una visione d’insieme, ma anche stimolare una possibile rilettura di dati e fatti, siamo più stimolati – diciamo pure im-pressionati – dal cogliere un’immagine. Una singola immagine, ricca di significato, che ci portiamo via da un meeting, da un viaggio, da un’esperienza, è anche facilmente ripescabile poi dalla nostra memoria… come lo è un sapore, o il verso di una canzone.

        R: Ci appassiona un viscerale comune amore per la musica, in particolare quella rock. So che trai spesso ispirazione e nutrimento da questa fonte, come traspare dai tuoi articoli e anche dal tuo modo di essere. Qual è, in questo momento, la musica che più ami ascoltare e in cui trovi conforto o espressione di quanto stiamo vivendo?

        C: Vuoi sapere una cosa curiosa? Ho iniziato questo memorabile 2020 festeggiando i miei cinquant’anni, e per l’occasione ho scelto di farlo con la musica e lo stile degli anni Venti! Cosa per me alquanto inusuale! Una settimana dopo la festa, è partita la stagione delle restrizioni. L’aver rievocato in qualche modo l’era del proibizionismo si è rivelato quanto mai profetico, non trovi! Ora è la musica di quegli anni a riecheggiare nelle mie serate, soprattutto il jazz, lo swing, artisti come Benny Goodman, Stan Getz, Chet Baker, Glenn Miller, Ella Fitzgerald, Nina Simone.

        Un’altra coincidenza davvero segnante è quella del trentennale dell’album Violator, capolavoro dei miei beniamini Depeche Mode. Non posso non trovare perfetti, per le sfumature emotive di questo periodo, tutti i pezzi dell’album, da Policy of Truth, a World in My Eyes, dal provocatorio Personal Jesus fino all’immenso Enjoy the Silence.

    Altri artisti che mi danno particolare conforto ed energia in questo periodo a casa sono David Sylvian, lo Sting di Nothing like the Sun e The Dreams of the Blue Turtles, Bruce Springsteen, Alan Parsons, i Beatles e John Denver con Country Roads che canto in coro con mio figlio più piccolo.

        R: Dicono che usciremo diversi da questa emergenza, che la vita non sarà più quella di prima e che sarà un mondo probabilmente migliore. Credi sarà davvero così? Dovendo pensare al settore di cui ti occupi, quali sono i cambiamenti che ti auguri di poter vedere dopo questa esperienza?

        C: Non sono certa che sarà un mondo migliore. Forse la Terra sarà migliore, dopo questo periodo di parziale decontaminazione da parte delle nostre emissioni. C’è anche da capire che cosa rappresenta, questo miglioramento, per ciascuno di noi. Se intendiamo che saremo più etici, più onesti, più integri, più leali, più rispettosi, più solidali, più collaborativi, io lo spero. Di certo, stiamo imparando a rispettare un po’ di più le regole, e stiamo capendo che ogni nostra scelta può avere un impatto sul nostro prossimo, così come viceversa.

    Avremo anche più conoscenze e padronanza di strumenti digitali e capacità di connessione, sapremo resistere senza tante cose superflue, sapremo apprezzare anche un’uscita a pochi chilometri da casa, capiremo forse l’importanza del contatto fisico. Credo sarà un mondo più consapevole, e questa è la prima condizione per poter cambiare. Ma non è sufficiente. Solo mettendo a sistema tutto ciò che stiamo sperimentando, e che ci porterà fuori da questo morbo, faremo progressi. E dunque anche io e te, qui, nel nostro piccolo, oggi, stiamo facendo il nostro pezzetto. ✦

    Copertina: Fiore, ©Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego | Tutti i diritti riservati.

  • LOST IN CONNECTION

    LOST IN CONNECTION

    Vedere e ricordare, al tempo dei social media

    “e nell’ansia che ti perdo ti scatterò una foto

    (Tiziano Ferro)

        Registriamo, fotografiamo, e “scansioniamo” con i nostri occhi un quantitativo enorme di video e immagini, che ci affrettiamo a condividere  sui nostri account social. Ma che cosa accade al nostro modo di guardare, e di percepire la realtà e il presente, in questa frenetica – e ormai abitudinaria – attività di registrazione? E ai nostri ricordi, così velocemente archiviati nelle memory cardL’interazione con queste tecnologie ci sta cambiando: non possiamo certo impedire il naturale e rapido evolversi dell’innovazione, ma possiamo impegnarci a viverlo in maniera più consapevole.

        Il prezioso contributo che leggerete nelle prossime righe è quello di uno studioso attento e sensibile alle tematiche sociali come Massimiano Bucchi, professore di Scienza, Tecnologia e Società all’Università di Trento, scrittore (il suo libro più recente è Sbagliare da Professionisti, edito da Rizzoli), e  commentatore per il Corriere della Sera.

        R: Massimiano, l’argomento immagine non è nuovo per te: penso al tuo bel libro “Nature Immaginate”, in cui ricordo citata questa frase della biologa e fotografa americana Felice Frankel “Tutto quello che comprendiamo lo abbiamo prima rappresentato”L’utilizzo dell’immagine, come mezzo di comunicazione, ha radici molto lontane…

        M: “Certo, sin dagli inizi della Scienza Moderna, quindi dalla metà del Seicento, l’immagine aveva già un ruolo centrale. Basti pensare all’ opera Micrographia di Robert Hooke, curatore degli esperimenti della Royal Society, che consiste perlopiù di sole immagini. Tutt’ora l’immagine riveste un ruolo fondamentale, anche se quella che vediamo sugli schermi presenta una serie di aspetti e di elementi molto diversi. A questo proposito, proprio l’Osservatorio Scienza e Tecnologia e Società con cui io collaboro, ha condotto qualche tempo fa uno studio incentrato su quello che chiamiamo alfabetismo visuale. Nel visualizzare un post, le persone tendono ad essere attirate più dalla parte iconografica, che da quella testuale.”


        R: Il tempo in cui trascorrevano giorni ansiosi prima di poter vedere stampati i rullini delle vacanze è lontano. Tutti i telefoni cellulari sono ora dotati di fotocamera, ed è diventato molto facile, e soprattutto veloce, registrare la realtà che viviamo tutti i giorni. 
    In quale modo sta cambiando, questa incessante attività di fotografare, riprendere e condividere ogni cosa, la maniera in cui vediamo e percepiamo lo scorrere della nostra vita?

        M: “Questa è una domanda a cui non è semplice dare risposta, nel senso che viviamo un paradosso: da un lato non è mai stato così facile documentare quello che vediamo. Dall’altro, la maggior parte di queste immagini non verrà mai più rivista da nessuno, nemmeno da noi. Una volta prima di scattare una fotografia si doveva selezionare il numero di scatti che si poteva raccogliere in un rullino, e gli scatti che alla fine valeva davvero la pena di stampare erano molto limitati. Oggi si ha il problema opposto: si ha il problema di che cosa cancellare, di che cosa non fotografare. Il paradosso sta nella grande facilità di raccolta da un lato, e nella sua perdita di senso dall’altro.”

        R: Qualcuno dice che i testi spariranno dai social per lasciare spazio alle foto: fra le ragioni ci sono le piccole dimensioni dello schermo del cellulare, il fatto che le foto alimentano il nostro lato più narcisista, e la natura istantanea della comunicazione visivaChe impatto credi potrà avere, questo cambiamento, tra i fruitori dei social?

        M: “Anche in questo caso, dare una risposta è difficile perché non possiamo prevedere quello che accadrà. Quello che posso argomentare è che la lettura, e anche la digitazione dei testi è diventata molto frettolosa: viviamo nell’epoca dei refusi. E c’è da porsi anche un’altra domanda, alla quale i colossi del web si guardano bene dal dare risposta: che cosa significa vedere sul web, sui social? Credo che Facebook, forse anche Youtube, consideri un video visualizzato dopo soli sei secondi. Che cosa può significare passare sei secondi su un video? Che si è assimilato qualche tipo di contenuto? Questo è un grande equivoco, no? Gli stessi “mi piace” possono avere diversi significati. I conteggi delle visualizzazioni sono il lato più facilmente monetizzabile dalle piattaforme, ma non sappiamo nulla del loro significato. In un recente articolo pubblicato sulla rivista “Nature” che si intitolava The Human Screenome Project si parlava proprio di come i numeri hanno rilevanza fino a un certo punto, perché non sappiamo qual è il significato e il senso che sta dietro a questi numeri. Il nostro Osservatorio Tecnologia Scienza e Società, che già prima ho citato, ha condotto un test da cui è emerso che molte persone visualizzano contenuti che hanno a che fare con la medicina, la salute, e le diete, sui social. Ma soltanto l’1% si basa poi effettivamente su questi contenuti, quando si tratta della propria salute. C’è una zona grigia estremamente ampia della quale, per ragioni evidentemente commerciali, noi non possiamo sapere nulla. Lo stesso vale per il fenomeno delle fake news. “


        R: Il rapporto con la tecnologia e in particolare con i social network è anche il tema di una tua pièce teatrale di successo, “Touch delle mie brame”, dove due generazioni sono a confronto proprio sul tema dei social e delle tecnologie digitali.

    A proposito di ossessioni social, sembra che il fenomeno della selfie dismorfia si stia diffondendo anche in Italia. Per assomigliare al proprio selfie, pesantemente alterato con app di fotoritocco, si arriva a ricorrere alla chirurgia estetica. Dalla correzione dell’immagine digitale, al desiderio di correggere la persona reale: a quale inarrivabile ideale di “bellezza” si sta anelando?

        M: “Non conoscevo questo fenomeno: non so quanto sia effettivamente diffusa questa realtà e quanto sia magari enfatizzata da alcuni giornali. La riflessione che viene da fare è comunque che siamo abituati a pensare che siamo noi ad usare le tecnologie. In realtà sono anche le tecnologie ad usarci e a cambiarci. Nella colonna sonora di quello spettacolo c’è un pezzo scherzosamente intitolato “Whatsapp is using me” (che è il contrario di quello che c’è scritto di default nella piattaforma). Se ci pensiamo, è effettivamente così perché queste piattaforme usano i nostri dati per i loro scopi. Qualunque tecnologia ci cambia. Pensiamo, ad esempio, all’automobile: da una parte ha il vantaggio della velocità e della comodità per gli spostamenti, dall’altra lo svantaggio della pericolosità e dell’inquinamento. La tecnologia che permette di farsi dei selfie definisce delle convenzioni estetiche che prima non c’erano. Da osservatore, posso notare che c’è un modo di mettersi in posa e un modo di ritrarsi nei selfie che è funzionale a questa tecnologia, che è un esempio di come siano definiti degli standard, delle aspettative. Senza dimenticare che la componente imitativa è un elemento fondamentale del comportamento sociale, per cui da un lato ci si rappresenta come si vorrebbe apparire, dall’altro influisce anche come si pensa di dover apparire sui social.”  R: Ormai è consuetudine affidare con leggerezza i propri ricordi alla memory card del cellulare: questo sembra modificare anche l’attività del nostro ricordare. È come se lo smartphone stesse diventando un “contenitore esterno” di ricordi: l’ “effetto Google”* sta quindi influenzando anche la nostra memoria autobiografica?
    (*si parla di “effetto Google” per indicare la tendenza a non memorizzare quello che si sa di poter ritrovare facilmente in rete, ndr)

        M: “Questo è un aspetto veramente interessante: viviamo in una sovrabbondanza di dati, ma viviamo anche in un’epoca dove la memoria è molto più labile. Da un punto di vista anche prettamente tecnico, i supporti tecnologici hanno un’obsolescenza molto maggiore. Pensiamo ai floppy disk, ai cd-rom… Sono supporti che si degradano, con il tempo. Ora possiamo scattare una foto per memorizzare gli orari di un negozio. Prima dei telefoni cellulari, ricordavamo a memoria decine di numeri. Adesso c’è anche chi non si ricorda il proprio. C’è un bel racconto di fantascienza di Isaac Asimov che si intitola “Nove volte sette” in cui c’è un conflitto fra civiltà molto avanzate, e in entrambe le civiltà ci si è talmente abituati ad usare il calcolatore che nessuno sa più fare i conti a mente. Poi però c’è una crisi energetica, e questo conflitto viene risolto grazie all’unica persona che è rimasta in grado di fare le moltiplicazioni a mente. Noi abbiamo questa grande illusione di vivere in un’epoca unica, ma la tecnologia ha sempre avuto conseguenze di questo tipo.”


        R: Ti occuperai ancora di rapporto con i social e la tecnologia, in uno dei tuoi prossimi lavori? Qual è il tuo augurio circa l’evolversi di queste tendenze, e il tuo consiglio, se ce l’hai, per un uso equilibrato e intelligente di questi mezzi?

        M: “Non mi occuperò dei social, ma di tecnologia sì… per ora è prematuro svelare di più.
    Il mio contributo, se ne posso dare uno, è questo: la tecnologia, soprattutto la più recente tecnologia, è congegnata in modo da non farci pensare. In modo da darci l’impressione che usarla sia un fatto scontato. Che faccia parte del nostro ambiente, come l’acqua che esce dal rubinetto. Mentre noi dobbiamo sempre, di fronte a qualunque tecnologia, porci delle domande. Non è semplice, perché queste tecnologie sono talmente facili da usare che si rendono invisibili. Pensiamo nuovamente all’esempio dell’automobile: come per l’uso di qualsiasi altra tecnologia, abbiamo delle responsabilità, nel suo utilizzo, verso noi stessi e verso gli altri. La domanda più giusta da porsi è sempre: “perché?” Francesco Bacone, quando parlava dell’innovazione diceva che di certo non va respinta, ma deve esserci sempre una ragione nel cambiamento. L’atteggiamento che abbiamo oggi tende ad essere quello di sposare o esaltare una nuova tecnologia solo perché è “nuova”. E’ piuttosto superficiale, no? Quindi, nei confronti di una nuova tecnologia è bene chiedersi: per fare cosa? Con quali conseguenze? Migliora la vita? A chi? E se la peggiora, a chi? A quale prezzo? Queste sono le domande che io consiglio di porsi.”✦

    Riferimenti:

    “Nature Immaginate”, di Massimiano Bucchi ed Elena Canadelli, edizioni Aboca
    “La scienza comunicata per immagini”, di Massimiano Bucchi e Barbara Saracino, 13 Febbraio 2015
    “Instagram al Tramonto”, di Paolo Landi,  edizioni La Nave di Teseo
    “Faking it: how selfie dysmorphia is driving people to seek surgery”, The Guardian
    “Il tempo della memoria elettronica”, Mind, Gennaio 2020

    Copertina: Ritratto di Massimiano Bucchi, © Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati

  • STEPPIN’ OUT

    STEPPIN’ OUT

    Immagine online e ricerca lavoro: farsi riconoscere per farsi contattare

    Social recruiting, Web reputation, Self-marketing, Personal branding. “Parla come mangi!” – tuonerebbe qualcuno, al sentire questa terminologia. Eppure ormai l’uso di questi anglicismi è sempre più diffuso, e soprattutto sempre più diffusa è la modalità di selezione dei candidati attraverso i canali social.

    Ho avuto l’occasione di parlarne con Marzia Rocchetto, Career Coach, Network Trainer e Psicologa del Lavoro, in una piacevole e stimolante chiacchierata che oggi condivido qui con voi. 

    R: Marzia, mi confermi che le aziende e le agenzie di lavoro si basano molto sui canali social per studiare i profili dei candidati?

    M: “Direi assolutamente di sì, sempre di più. Per scoprire anche le cose che le persone non dicono al colloquio, ma che inevitabilmente emergono nelle sfumature di quello che pubblicano online.”

    R: CV versus profilo social: ci stiamo spostando sempre più verso un’identità “liquida” e virtuale?

    M: “Certo, assolutamente. Il curriculum è qualcosa fatto allo scopo di farsi assumere, in cui l’idea di sé viene trasmessa in modo formale, anche un po’ “sterile” se vogliamo. Se da una parte la selezione è basata sulle competenze tecniche, dall’altra lo è però anche su aspetti più personali. Ecco che, per arricchire la ricerca con informazioni sugli interessi e i valori del candidato, il recruiter consulta i profili social – soprattutto Facebook e Instagram.

    Più o meno consapevolmente, lasciamo tutti delle tracce che parlano di noi sui social: molto spesso le persone non pensano al fatto che i selezionatori si basano molto anche sul nostro modo di interagire, ad esempio, all’interno di gruppi pubblici: il nostro stile comunicativo, la scelta delle immagini, gli argomenti per cui mostriamo interesse.”

    R: Occupandomi di personal branding fotografico, noto come l’esigenza della foto profilo arrivi spesso a completamento di un percorso di counseling fatto a monte con professionisti del vostro settore.

    Trovi che ci sia maggior consapevolezza sull’importanza che riveste l’immagine personale nell’autopromozione?

    M: “Non vale per tutti, ma ci sono persone che prestano la dovuta attenzione a tutti gli aspetti della candidatura e del self marketing, compreso quello della foto profilo. Forse c’è meno consapevolezza sugli aspetti tecnici necessari per la buona riuscita di un ritratto, come ad esempio la luce piuttosto che un make-up curato – che ho potuto conoscere proprio grazie a te. Quando ho avuto modo di accennare questi piccoli accorgimenti ad alcuni clienti, ho notato che li hanno accolti con sorpresa e hanno effettivamente scelto in seguito di sostituire la foto che avevano con un’immagine nuova. Le nozioni tecniche fotografiche, estetiche e comunicative, fanno parte di un mondo che è sconosciuto ai più, e che sicuramente è importante divulgare e far conoscere.

    Anche se siamo alla ricerca di un lavoro dipendente, ormai tutti dobbiamo essere un po’ “imprenditori di noi stessi”: in questo contesto, optare per una scelta fotografica – come può essere il bianco e nero piuttosto che un particolare colore, o un’espressione seria piuttosto che volutamente informale ed empatica –  diventa parte di un’immagine coordinata conscia del potenziale espressivo che porta con sé.”

    R: Abbiamo avuto modo e piacere di conoscerci sul piano professionale per uno shooting, e so quanto sei sensibile al tema del ritratto come scoperta di sé: che cosa consiglieresti, dopo la tua personale esperienza, a chi teme l’obiettivo e lo rifugge?

    M: “Da coach, psicologa, e persona che ti ha incontrato mi sento di dire che scegliere di farsi accompagnare da qualcuno nella riscoperta di sé è un atto di grande fiducia. La prima cosa, fondamentale, è quella di assicurarsi di sentire affinità con il professionista che scegli per il tuo curriculum piuttosto che per il tuo ritratto. È anche un atto di grande umiltà, che ci fa venire a patti con dei lati di noi che non ci piacciono. È da vivere come una grande opportunità. A volte ci sono persone che mi dicono “io so fare solo la cameriera”. È la stessa cosa che pensare “io non vengo bene in foto”. Uscire dalla zona di comfort, e mettersi in gioco, può farci iniziare un viaggio interiore di riscoperta veramente sconfinato. È un’esperienza molto più ricca di quanto si possa immaginare.

    Quando fai un percorso di coaching è necessariamente una persona esterna ad aiutarti a riconoscere caratteristiche di te che davi per scontate o nemmeno sapevi di avere. Allo stesso modo, quando ti fai ritrarre, hai la restituzione da parte di uno sguardo esterno di un lato di te che diversamente non avresti potuto vedere.” 

    Copertina: Autoritratto, © Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego | Tutti i diritti riservati.

  • EFFIMERA BELLEZZA

    EFFIMERA BELLEZZA

    Il fotografo dei “fiori di brina”

    Immortalare la bellezza prima che si sciolga e non ne rimanga più alcuna traccia.

    La storia di Wilson Bentley, che ho scoperto grazie al bellissimo libro Nature Immaginate di Massimiano Bucchi ed Elena Canadelli, mi è entrata nel cuore. Sarà che sento la sua urgenza e ossessione, nell’inseguire questi “miracoli di bellezza”, così vicina al mio modo di vivere la fotografia. Mi rimanda alle parole di Henri Cartier-Bresson:

    “[…] la vita è qualcosa di molto fluido; a volte le immagini spariscono e non puoi farci niente. Non puoi dire alla persona che stai fotografando: “Per favore, rifai quel sorriso. Rifai quel gesto.” La vita avviene una volte per tutte, e per sempre, ed è nuova a ogni momento.” ¹

    Questo fotografo ottocentesco, dagli occhi vispi e il sorriso gentile, ha dedicato l’intera vita a catalogare meraviglie per raccoglierle in un libro, Snow Crystals, che fu pubblicato poco prima della sua morte per polmonite il 23 dicembre 1931.

    Per fotografare i “fiori di brina”, Wilson Bentley posava la neve su un vassoio ricoperto di velluto e sistemava i cristalli sul vetrino del microscopio utilizzando un sottile strumento metallico². La sua famiglia, una famiglia contadina del Vermont, pensava che quello che faceva fosse una gran perdita di tempo (come si racconta nell’intervista di questo video). Fu soltanto nel 1920, all’età di 55 anni, che fu eletto socio dell’ American Meteorological Society.

    “Al microscopio scoprii che i fiocchi di neve erano miracoli di bellezza. Sembrava un peccato che questa bellezza non potesse essere vista e apprezzata da altri. Ogni cristallo era un capolavoro di design e nessuno era mai ripetuto. Quando un fiocco di neve si scioglieva, quel design era perduto per sempre. Tanta bellezza scomparsa, senza lasciare alcuna traccia dietro di sé.” ³

    Una di quelle storie che hanno il sapore di una favola, di persone straordinarie che hanno sempre creduto nel loro sogno con appassionata dedizione, a dispetto dello scetticismo che le attorniava. Grazie, Wilson Bentley. ♥

    Legenda:

    ¹ Henri Cartier-Bresson – Vedere è tutto, edizioni Contrasto.

    ² Fonte: Wikipedia.

    ³ Wilson Bentley, cit. in Libbrecht, 2007.

    Copertina: Fiori, ©Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego, Tutti i diritti riservati.

  • ORA MI METTO… A FUOCO!

    ORA MI METTO… A FUOCO!

    Fotografia e scrittura per far luce
    sul tuo percorso professionale

    Quante volte i tuoi sogni ti sono sembrati troppo grandi per poterli realizzare? Quante volte ti sei trovato a un bivio, confuso, o in un impasse nebuloso che non ti permetteva di vedere con chiarezza la strada da seguire? La paura e lo smarrimento sono talvolta compagni del nostro cammino, e fanno parte dei grandi momenti di svolta, che ci richiedono una sosta consapevole e una scelta.

    La prima volta che incontrai Stefania fu come docente, durante un percorso di empowermentQuando ci siamo ritrovate, tempo dopo, e mi ha proposto di collaborare assieme per il progetto Reframing Myself, non ho esitato un istante.

    Il suo lavoro con lo storytelling e la fotografia partecipativa, accanto al mio lavoro sull’immagine e la comunicazione con la fotografia di ritrattopersonal branding, mi sono sembrati integrarsi perfettamente.

    Reframing Myself è un percorso che intende offrire un’esperienza fatta di ascolto e di libertà di espressione.

    Reframere-incorniciare, re-inquadrare. Ri-aggiustare la propria visione. Cambiare angolazione.

    Un invito alla riscoperta di te stesso, a partire da un viaggio attraverso le immagini e i testi.

    Storytelling e fotografia per mettere a fuoco quello che in te è latente o ha timore di emergere.

    Perché per poter cambiare ed evolvere, prima di qualsiasi “strumento” o “direttiva”,  hai bisogno di ripartire da te stesso. Da dove ti eri lasciato, dall’immagine che gli altri ti hanno cucito addosso e che forse non ti appartiene, dai tuoi desideri e dai tuoi talenti.

    Reframing Myself: un lavoro di gruppo e un’esperienza per il singolo. Un viaggio che ti farà proseguire con più concretezza verso il cammino che ti appartiene davvero.
    ____________________________________________

    Percorso esperienziale su prenotazione, fino a esaurimento posti.

    CONTATTI:

    Stefania Nogara
    Consulente per l’orientamento e la ricerca di lavoro

    www.photorevoice.eu
    info@photorevoice.eu

    Raffaela Bicego
    Fotografa freelance di ritratto e personal branding
    www.raffaelabicego.com

    info@raffaelabicego.com

    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

  • “INVOLUZIONE” FOTOGRAFICA

    “INVOLUZIONE” FOTOGRAFICA

    Bella  e buona fotografia

    Le immagini oggi vengono “scansionate” dai nostri occhi in un frenetico scorrere di post. Siamo letteralmente bombardati di stimoli visivi ogni giorno. L’era dei selfie, dei video in diretta, della rincorsa all’approvazione social.

    “[…] controlliamo febbrilmente il telefono quasi con la medesima frequenza con cui abbassiamo la leva di una slot-machine, sempre a caccia di qualcosa che ci dia soddisfazione.” ¹

    La fotografia non è mai stata così accessibile e alla portata di tutti. Chiunque ha ormai, più o meno facilmente, accesso a una fotocamera, integrata sin nel più basico modello di telefonino. I corsi base di fotografia spopolano. Le riviste fotografiche promettono di far diventare il lettore un bravo fotografo nel tempo di un weekend. Gli articoli di marketing assicurano che per un buon feed su Instagram non è assolutamente necessario essere esperti fotografi: i filtri giusti, la coerenza di stile, un’omogeneità di composizioni pulite accompagnate dalla giusta didascalia, e il gioco è fatto.

    Se possiamo chiamare tutto questo “fotografia”, viene da chiedersi: che ne sarà della buona fotografia, in questo scenario?

    “[…] se dici un’altra volta che le mie foto sono belle, e non buone, ti caccio via! […] secondo Mulas una bella foto era una foto leccata, priva di anima anche se di grande rigore tecnico, mentre una buona foto può anche essere leggermente sfuocata, un po’ mossa, purché abbia l’anima dentro”. ²

    Chiamateci “folli” romantici, noi che continuiamo a credere in una lunga vita della fotografia. È che abbiamo nel cuore i grandi scatti dei maestri del passato. Sappiamo che ogni atto decisivo – quello in cui si sceglie luce e composizione, in cui si preme il pulsante di scatto, in cui si selezionano le immagini da sviluppare, in cui si predilige uno stile piuttosto che un altro in fase di post-produzione: ogni singola scelta non è, e non può essere, replicabile. La scelta di focale, il punto da dove scattare, l’espressione, la luce, i parametri, la composizione. Il modo singolare e unico in cui si vede ciò che accade davanti alla fotocamera, frutto della propria storia personale, del modo di sentire ed essere connessi con il momento, del bagaglio di influenze artistiche accumulato negli anni.

    La buona fotografia sopravviverà fintanto che ci saranno fotografi che, per citare Henri Cartier-Bresson, “allineano testa, occhio e cuore”, e situazioni, persone, momenti, luoghi da immortalare che diventeranno parte della storia grazie agli scatti di chi ne ha colto l’essenza, l’atemporalità, l’estetica, l’emozione, il messaggio. Scatti permeati dal significato che il fotografo gli ha attribuito. Scatti che sfuggono al controllo del fotografo e rivivono di vita propria.

    “La macchina fotografica è uno strumento molto semplice, anche il più stupido può usarla, la sfida consiste nel creare attraverso di essa quella combinazione tra verità e bellezza chiamata arte. E’ una ricerca soprattutto spirituale.” ³

    ¹ “Il Silenzio”, Erling Kagge
    ² Gianni Berengo Gardin, dall’intervista pubblicata sulla rivista “Progresso Fotografico – Serie Oro”
    ³ “Ritratto in seppia”, Isabel Allende

    Copertina: Autoritratto, © Raffaela Bicego

    © Raffaela Bicego – Tutti i diritti riservati.

  • IPER…CHE?!

    IPER…CHE?!

    “La macchina fotografica è un silenziatore: la fotografia è uno sguardo sul mondo del tutto privato di suono.”

    (John Biguenet, Elogio del silenzio)

    Oggi ricorre un “anniversario” particolare. Sono iperacusica da esattamente 5 anni.

    Iper…che?! Vi chiederete voi.

    Lo so, nemmeno io sapevo dell’esistenza di questo termine prima di vivere questa condizione in prima persona. Al di sopra di una certa soglia di intensità (L.D.L. Loudness Discomfort Level), nel mio caso piuttosto bassa in quanto soffro – purtroppo – di iperacusia severa, percepisco il suono in modo doloroso. Molti luoghi pubblici e contesti sociali sono diventati off-limits, per me, a causa della rumorosità o degli alti volumi. Uso cuffie antirumore e tappi su misura come rimedi d’emergenza. Se occludo il mio sentire con questi dispositivi avverto il mio acufene amplificato, e fatico a dialogare con le persone. L’isolamento acustico dai rumori di fondo avvolge in un effetto ovattato anche le voci esterne, mentre la mia voce mi arriva troppo forte. L’utilizzo delle protezioni è da limitare al minimo anche per non vanificare gli effetti della terapia T.R.T. per il trattamento di questi disturbi.

    Dopo aver imparato che suono = possibile pericolo e dolore, mi muovo con la cautela di chi si è bruciato con il fuoco e non vuole ripetere l’esperienza. Se ad esempio devo andare al ristorante, chiamo per sapere se c’è un tavolo senza casse audio vicine e senza tavolate rumorose a fianco, e per assicurarmi che la musica sia tenuta a basso volume. In questi anni ho raggiunto un buon grado di concretezza e coraggio nel gestire le situazioni, e nel valutare cosa posso o non posso tollerare, ma la via verso il miglioramento è per forza di cose graduale, e le “ricadute” sono inevitabili.

    A dispetto di ogni controllo che crediamo di poter esercitare, la vita si fa beffa delle nostre precauzioni e semplicemente accade, con tutti i suoi imprevisti.

    Credo non vi sia difficile immaginare l’impatto che questo ha avuto sulla mia vita sociale, sul mio lavoro, e sulle mie relazioni. Il fatto che si tratti di un sintomo invisibile, e poco comune, non aiuta certo a una facile comprensione del disturbo. La percentuale di persone iperacusiche rilevata in Italia risulta ancora esigua, forse anche per diagnosi ritardate e per i pochi centri disponibili, e adeguatamente attrezzati, a trattare questi casi. In Italia questa sintomatologia non rientra fra i disturbi considerati invalidanti, diversamente dall’ ipoacusia. In altri paesi, come gli Stati Uniti e il Perù, so esserne stato riconosciuto dalle autorità sanitarie, in alcuni casi, l’aspetto invalidante.

    Credo che le sfide arrivino per metterci alla prova, per farci reagire, perché dobbiamo compiere passi per cui serve coraggio e forza. E mi sono convinta che nulla arriva per caso.

    Mi sono interrogata a lungo se divulgare o meno queste informazioni sul Blog, ma dopo 5 anni mi è chiaro che non si tratta di un accessorio o di qualcosa su cui posso sorvolare con nonchalance. È parte integrante di me, delle mie scelte e del mio percorso. Questo “anniversario” mi è sembrata la giusta occasione per diffondere consapevolezza su un tema ignorato, ed essere magari di supporto a qualcuno che si trova nella mia stessa situazione e si sente abbandonato o spaventato perché non ha i mezzi per capire che cosa gli sta succedendo. Spero che questa condivisione possa essere di stimolo e di ispirazione per chi vive un momento di difficoltà o attraversa un cambiamento profondo, tra incertezza e stupore.

    Questo aspetto della mia vita è senza dubbio strettamente legato al mio percorso professionale.  Mi sarei dedicata alla fotografia con tanto fervore, se nulla di tutto questo fosse successo? Mi sarei innamorata della fotografia di ritrattoAvrei ricercato questa forma così particolare di espressione e di interazione con gli altri, se non avessi vissuto quello che ho vissuto? Non possiamo saperlo con certezza, ma in cuor mio sento che questo “scossone” interiore, traumatico certo, mi ha cambiata profondamente.

    Le nostre esperienze personali più profonde ci arricchiscono e ci distinguono dagli altri.

    E come ci insegna l’arte del kintsugi, quando ripariamo, impreziosendole, le “fratture” che ci hanno fatto soffrire, finiamo per aggiungere inaspettata bellezza e valore a ciò che credevamo guastato.

    “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.”

    (Leonard Cohen)

     

    Copertina:  Autoritratto, ©Raffaela Bicego

    Approfondimenti:

    Tinnitus Retraining Therapy: Implementing the Neurophysiological Model di Pawel J. Jastreboff e Jonathan W. P. Hazell

    © Raffaela Bicego | Tutti i diritti riservati.

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