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KEEP ON ROCKIN’

18/04/2020

I can go with the flow

Era da tempo che volevo intervistare Cristina. Ci siamo conosciute circa tre anni fa, all’occasione di una mia call di portfolio di ritratto creativo. Dopo quell’incontro, abbiamo avuto modo di apprezzarci sia sul lato umano che professionale (Cristina è una HR Professional Counselor). Abbiamo scoperto di avere in comune esperienze personali che ci hanno profondamente cambiate, con grande impatto non solo sulla vita personale, ma anche sulle nostre carriere lavorative. Ho finalmente il piacere di averla qui, graditissima voce, sulle pagine del mio Blog. 

(E la ringrazio tantissimo per aver accettato di gestire quest’intervista virtualmente, e di aver saputo mantenere la freschezza e l’impetuoso entusiasmo del dialogo, anche senza poterci vedere dal vivo!)

Cristina

     Ritratto di Cristina Memoli


R: Cristina, partiamo dal tuo payoff: “Promuovo il coraggio dell’imperfezione”. Si potrebbe imperniare l’intera intervista solo su questo, tanto è forte e pregno di significato, e sicuramente ricco di storia personale. La perfezione non esiste, eppure ci vuole coraggio a essere imperfetti. Più per pressione sociale o per il nostro severo giudice interiore?

C: Ci vuole coraggio per accettare di vedersi diversi (suona bene Raffaela, ne facciamo il nostro prossimo slogan?). Hai centrato il cuore del mio payoff, che nasce proprio dall’aver sperimentato in prima persona, fisicamente innanzitutto, che cosa vuol dire cambiamento. Nel mio caso ha coinvolto il vedere, l’udire e anche il sorridere in maniera “asimmetrica”, e quindi non più corrispondente ai canoni che ero solita conoscere. Quando ho vissuto questo passaggio, dieci anni fa, ricordo di aver scelto un’immagine per esprimermi. Cambiai la mia foto profilo con un dipinto di Picasso: era il ritratto di Dora Maar. A dimostrazione di come la potenza di una sola immagine possa essere davvero grande, fui contattata da una persona che non sentivo da anni. Al vedere quella foto, mi scrisse privatamente per sapere come stavo. Aveva pienamente colto il messaggio che volevo trasmettere.

Tornando alla tua domanda, quel che mi sento di rispondere è che la pressione sociale ha impatto sulle nostre ansie nella misura in cui noi ci sentiamo dipendenti dall’opinione altrui, e desideriamo compiacere dei referenti esterni. L’idea che ho maturato, durante la mia lunga esperienza professionale, è che la difficoltà maggiore risiede nel superare i blocchi personali, i propri pensieri limitanti – se vogliamo chiamarli in questo modo. Spesso sono convinzioni che hanno origine da messaggi che ci ha introiettato la famiglia o il nostro gruppo di appartenenza (come l’idea che sia preferibile cercare un lavoro vicino a casa, o quella di evitare di esporsi a troppi rischi e responsabilità, o scegliere una carriera in un certo settore anziché in un altro… e così via). Il più delle volte siamo proprio noi stessi a boicottarci. Temiamo lo sbaglio, l’incongruenza tra la nostra immagine ideale e la realtà sulla quale sbatteremo il naso. La temiamo almeno quanto temiamo anche la responsabilità del successo, perché saremo tenuti a comportarci in maniera diversa, a cambiare magari il nostro ruolo, e addirittura a modificare, in qualche modo, la nostra identitàLa saggezza di cui godo ora che ho varcato la soglia dei cinquanta, mi ha fatto capire che è molto più costruttivo affrontare il cambiamento con spirito sportivo, meno incline a ragionare con pensieri come “è tutto giusto” o “è tutto sbagliato”. “Sono una grande star” oppure “sono un fallito”. Molto meglio pensare che possiamo giocarci ogni giornata che ci si presenta innanzi. E, se perdiamo una partita, vuol dire che alla prossima saremo più allenati! Se ci preoccupa troppo il riconoscimento sociale e l’opinione degli altri, forse c’è da ripensare a per chi e per che cosa stiamo scendendo in campo.

R: Stiamo affrontando una grande sfida, in questo periodo di pandemia, sia dal punto di vista umano che professionale. Hai ricevuto richieste di consulenza e supporto da parte dei tuoi clienti, in questo periodo? Se sì, quali sono le maggiori preoccupazioni che ti hanno esposto? 

C: Ne ho ricevute, sì. Ho avuto contatti sia con un ente formativo con cui collaboro per il proseguimento di alcune attività, sia con persone che, a prescindere dall’emergenza in corso, avevano e hanno necessità di ridisegnare il proprio percorso, per impadronirsi nuovamente della propria professionalità.
Mi ha sorpreso sentire che le preoccupazioni non sono cambiate. Alcune persone hanno addirittura trovato, nella condizione imposta, un maggior senso di condivisione. Voglio dire che, in questo momento in cui ci si sente meno performanti, in cui domina un senso di incertezza sul proprio futuro, le persone si sentono meno isolate, più comprese, e trovano più rispecchiamento esterno in uno stato d’animo diffuso.
La preoccupazione maggiore che ho raccolto, comunque, è di natura economica e riguarda la disponibilità di risorse finanziarie. Ci sono molte persone, soprattutto donne, che hanno idee e abilità per investire in nuovi progetti, ma non hanno né denaro né sponsor, e in alcuni casi nemmeno un piano. Quello che risulta davvero utile ora è avere strumenti per poter pianificare, costruire quello che chiamiamo business plan: dalle conoscenze alle piattaforme per poter condividere e simulare alcune iniziative, reperire risorse, contatti, trasferire a cascata quanto sperimentato, creare nuova cultura imprenditoriale in modo sostenibile, cooperando.
Strumenti che, messi a disposizione, si rivelano ora preziosi: oggi più che mai siamo chiamati a collaborare tutti.

connection

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R: Lo smart working non aveva mai preso piede nella nostra regione, ma ora si rivela una necessità. Possiamo sperare, finalmente, che anche le più irremovibili posizioni imprenditoriali diventeranno più elastiche, e aperte a nuove forme di collaborazione? Credi che ci vorrà ancora molto tempo prima di vedere un reale e concreto cambiamento, in questo senso?

C: La pandemia ci ha messo davanti a un cambiamento che non può più avvenire per piccole onde, ma è già qui come uno tsunami: anche chi ancora resisteva a concedere flessibilità, oggi non ha altra via per mandare avanti l’organizzazione e i suoi processi.
Quello che stiamo sperimentando, al momento si avvicina ancora poco al vero concetto di smart working. E’ semplicemente un lavoro da remoto, nella gran parte dei casi, in cui il lavoratore non solo non può scegliere il luogo da cui lavorare (essendo qui costretto nella sua dimora), ma spesso nemmeno i tempi e i modi. I lavoratori sono connessi e reperibili oltremisura, e sono soggetti in molti a casi a una sovraesposizione da contatti e stimoli esterni, trovandosi a monitorare più piattaforme per le proprie attività, e più di qualche volta anche per la didattica dei figli. In questo senso è necessario un codice di condotta, che in parte sta al singolo e in parte dovrebbe seguire regole condivise, come una sorta di codice stradale. Se poi andiamo nello specifico di alcuni settori, ci accorgiamo che esistono problematiche peculiari per ciascuno, che richiedono interventi su più livelli, dove la tecnologia da sola non basta. Riporto l’esempio che ho constatato nel campo dell’istruzione: alcuni insegnanti si sono attivati fin dal principio con video lezioni e assicurando presenza e confronto costante con gli studenti, altri si sono limitati a inserire consegne, pagine ed esercizi, altri ancora non si sono nemmeno fatti vivi per intere settimane.

Affinché il lavoro sia smart, lo dev’essere prima di tutto l’organizzazione. E con questo intendo la presenza di responsabilizzazione, autonomia, flessibilità, collaborazione, e soprattutto di FIDUCIA. Questo vuol dire avere team, leader e collaboratori evoluti, che hanno imparato a lavorare  per processi, per progetti e per obiettivi, “senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”. Pensa che il nostro ordinamento giuridico precisa anche “con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici (Legge 81 del 2017). Questo rende ancora più palese l’equivoco in cui stiamo cadendo: quello di credere che con un PC e una connessione siamo entrati nel mondo del futuro, e dello smart working. Prima di passare da un regime (piuttosto diffuso, nella tradizione veneta che giustamente ricordavi) fondato sul controllo a un organismo fondato sulla fiducia dei leader, sulla trasparenza, su obiettivi condivisi e riscontri oggettivi nel rispetto degli altrui spazi, tempi, e opinioni, c’è ancora la necessità di introdurre e consolidare metodi di coordinamento e di coinvolgimento dei lavoratori. Quando questa cultura sarà diffusa e il pensiero sistemico prevarrà sugli individualismi – forse nemmeno alla fine di questa pandemia, a giudicare dai segnali attuali – il lavoro sarà effettivamente agile e consentirà alle persone di autorealizzarsi garantendo un miglior equilibrio psico-fisico.

R: È il tempo delle dirette video, delle teleconferenze, dei tutorial, delle visite virtuali. C’è che dice che la fotografia verrà soppiantata dai video. Pensi che un video possa davvero sostituirsi all’eternità della singola immagine? (Io sono chiaramente di parte, ndr) Credi che sposerai anche tu questa forma di comunicazione per il tuo business?

C: Oggi i video, i webinar, le conference call, sono cruciali perché in questa fase ci permettono di interagire, di poter avere delle comunicazioni quasi integrali: consentono di trasmettere e ricevere messaggi nella maniera più efficace possibile nell’assenza fisica. In questo senso, l’utilizzo dei video è necessario e sarà direttamente correlato al permanere del distanziamento sociale.

Io lavoro con videochat da tempi anteriori al Coronavirus, ma per mia indole e per come mi piace osservare e vivere le persone, prediligo l’incontro in 3D. Oggi non è possibile far altrimenti, ed è una grande opportunità avere strumenti come Skype, o Zoom, per mantenere la dimensione interattiva e di ascolto. Non ho ancora utilizzato i video per  proporre la mia attività di formazione e facilitazione di gruppo, ma ci sto pensando. Ci vogliono un livello avanzato di competenze tecniche, e doti comunicative. Ho trovato maggiormente efficaci webinar in cui i relatori hanno utilizzato modalità integrate di presentazione: ad esempio condividendo schemi, o proponendo immagini, in un caso anche un video musicale. I più bravi fanno ricorso anche ad esempi, che sono essi stessi metafore o visualizzazioni di idee.

Quando è il momento di arrivare ad una sintesi, o di avere una visione d’insieme, ma anche stimolare una possibile rilettura di dati e fatti, siamo più stimolati – diciamo pure im-pressionati – dal cogliere un’immagine. Una singola immagine, ricca di significato, che ci portiamo via da un meeting, da un viaggio, da un’esperienza, è anche facilmente ripescabile poi dalla nostra memoria… come lo è un sapore, o il verso di una canzone.

globe

globe

R: Ci appassiona un viscerale comune amore per la musica, in particolare quella rock. So che trai spesso ispirazione e nutrimento da questa fonte, come traspare dai tuoi articoli e anche dal tuo modo di essere. Qual è, in questo momento, la musica che più ami ascoltare e in cui trovi conforto o espressione di quanto stiamo vivendo?

C: Vuoi sapere una cosa curiosa? Ho iniziato questo memorabile 2020 festeggiando i miei cinquant’anni, e per l’occasione ho scelto di farlo con la musica e lo stile degli anni Venti! Cosa per me alquanto inusuale! Una settimana dopo la festa, è partita la stagione delle restrizioni. L’aver rievocato in qualche modo l’era del proibizionismo si è rivelato quanto mai profetico, non trovi! Ora è la musica di quegli anni a riecheggiare nelle mie serate, soprattutto il jazz, lo swing, artisti come Benny Goodman, Stan Getz, Chet Baker, Glenn Miller, Ella Fitzgerald, Nina Simone.

Un’altra coincidenza davvero segnante è quella del trentennale dell’album Violator, capolavoro dei miei beniamini Depeche Mode. Non posso non trovare perfetti, per le sfumature emotive di questo periodo, tutti i pezzi dell’album, da Policy of Truth, a World in My Eyes, dal provocatorio Personal Jesus fino all’immenso Enjoy the Silence.

Altri artisti che mi danno particolare conforto ed energia in questo periodo a casa sono David Sylvian, lo Sting di Nothing like the Sun e The Dreams of the Blue Turtles, Bruce Springsteen, Alan Parsons, i Beatles e John Denver con Country Roads che canto in coro con mio figlio più piccolo.

R: Dicono che usciremo diversi da questa emergenza, che la vita non sarà più quella di prima e che sarà un mondo probabilmente migliore. Credi sarà davvero così? Dovendo pensare al settore di cui ti occupi, quali sono i cambiamenti che ti auguri di poter vedere dopo questa esperienza?

C: Non sono certa che sarà un mondo migliore. Forse la Terra sarà migliore, dopo questo periodo di parziale decontaminazione da parte delle nostre emissioni. C’è anche da capire che cosa rappresenta, questo miglioramento, per ciascuno di noi. Se intendiamo che saremo più etici, più onesti, più integri, più leali, più rispettosi, più solidali, più collaborativi, io lo spero. Di certo, stiamo imparando a rispettare un po’ di più le regole, e stiamo capendo che ogni nostra scelta può avere un impatto sul nostro prossimo, così come viceversa.

Avremo anche più conoscenze e padronanza di strumenti digitali e capacità di connessione, sapremo resistere senza tante cose superflue, sapremo apprezzare anche un’uscita a pochi chilometri da casa, capiremo forse l’importanza del contatto fisico. Credo sarà un mondo più consapevole, e questa è la prima condizione per poter cambiare. Ma non è sufficiente. Solo mettendo a sistema tutto ciò che stiamo sperimentando, e che ci porterà fuori da questo morbo, faremo progressi. E dunque anche io e te, qui, nel nostro piccolo, oggi, stiamo facendo il nostro pezzetto. ✦

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THE HIEROPHANT CARD
Partenze che non ritornano.
THANK YOU, HEDY
E mi lascio volentieri ispirare.
FINDING YOUR FEET
Quando cadere al buio diventa fondamentale per ricominciare.
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